Vorrei concludere le mie riflessioni, iniziate il mese scorso con l’articolo
Mi chiedo come far maturare quel complesso di atteggiamenti che consentano alla persona di essere se stessa, padrona di sé libera e « con l’anima non colonizzata »? Di quale bagaglio attrezzare i nostri ragazzi e le nostre ragazze perché non siano condannati all’essere gregari? Quali esperienze offrire, quali capacità

coltivare perché essi, guidando la propria barca, sappiano essere cittadini del mondo, felici nel dare la felicità degli altri? Il primo grande impegno credo sia quello di alimentare le passioni, nutrite di vita autentica e non eccessivamente protetta; vita vissuta in situazioni in cui si sperimenti il limite avvertito come ricchezza e come luogo che genera forza; è quello di riscoprire la strada della forte aderenza alle cose e di far maturare la capacità di raccontare questo vissuto con segni e parole che non restino solo di testa ma investano le dimensioni emotivo-affettive.
Saper interrogare la realtà, non subirla né ignorarla è un passaggio obbligato per garantirsi il recupero del significato delle cose. Questo passaggio apre ad un altro impegno vincolante: coltivare la capacità di fare delle scelte forti.
Dobbiamo alimentare lo spirito di ricerca continua, che conduce al discernimento, alla coscienza critica, alla coscienza morale, regolata da una legge interiore che è conquista autonoma e non formale ossequio ad una norma esterna.
Educare alla capacità di scelte forti, questa è la vera trasgressione oggi, quella capace di sovvertire il pensiero debole dominante, povero di certezze e di orizzonti chiari.
Il percorso può trovare così epilogo nell’impegno a dare forza alla capacità di agire, che passa attraverso l’educazione alla volontà, alla conquista, alla progettualità, alla relazione autentica.
Come cogliamo quello che loro sta più a cuore? Come li abilitiamo a leggere i loro bisogni, di cui spesso non hanno consapevolezza, e a renderli capaci di trasformarli in ricerca, azione, in progetto? Chiamare le giovani generazioni a vivere un ruolo di primo piano nella società riconduce in ultima analisi alla responsabilità degli adulti e alla capacità di rapportarsi ai giovani in altro modo, di farsi carico di altre vite e di credere ai ragazzi come soggetti di cambiamento della realtà.
È più che mai urgente dare vita ad un patto in cui giovani e adulti, senza prevaricazioni e su un piano di pari dignità, trovino la strada del dialogo, che aiuti a cogliere e interpretare la realtà, a esplorare linguaggi che mettano in grado di comunicare realmente, ad appassionarsi alla vita, a generare rapporti nuovi per liberarsi e liberare il mondo.


 Don Gilberto


"niente paura"


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