... o meglio – non desiderare alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo, ovvero “Io sono riconoscente”

Nella versione del libro del Deuteronomio il decimo comandamento è così espresso: « Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo » (5,21).
Anche qui è in vista la difesa della proprietà e della sfera privata di una persona.

Tutto ciò che un individuo ha acquistato, e il luogo dove si è insediato, devono appartenere a lui. Per l’israelita questo non vuol dire che egli non sia disposto a condividere i suoi beni con qualcun altro. In Israele l’ospitalità era tenuta in grande considerazione.
Ma io posso accogliere l’altro nella mia casa e spartire con lui le mie cose solo quando mi sento garantito e protetto. Il decimo comandamento vuole perciò creare uno spazio di sicurezza nel quale io possa serenamente condurre la mia esistenza. Ciò comporta anche che io non debba sbarrare la mia casa, ma possa tenerla aperta per chiunque. « È una delle migliori soddisfazioni della vita il potersi fidare gli uni degli altri, senza doversi continuamente proteggere, chiudendo le porte della casa o del cuore ».
Il settimo comandamento condanna il “furto” che va a colpire la persona, quindi ogni forma di sfruttamento dell’essere umano, il decimo vieta di impadronirsi delle cose appartenenti agli altri. Anche qui è chiamato in causa il DESIDERIO: un desiderare pronto a mettere in atto ogni espediente pur di raggiungere il suo scopo. La Bibbia intende proteggere in primo luogo ciò che serve per la vita di una persona, ovvero una casa dove sentirsi a proprio agio.
Se qualcuno irrompe abusivamente in casa mia, profana il mio spazio vitale, mi priva del senso di sicurezza, mi costringe d’ora in poi a sentirmi quasi come un estraneo nella mia stessa dimora. È stata violata la mia intimità, quindi la mia dignità.
Sovente il danno psicologico è più grave della perdita di qualche oggetto prezioso.
Se qualcuno mi priva del luogo o dello strumento del mio lavoro, ritoglie qualcosa di essenziale.
Oggigiorno accade con troppa frequenza che molte persone, soprattutto giovani, si vedano nell’impossibilità di ottenere e svolgere un lavoro soddisfacente, equamente remunerato, in grado di fornire un futuro sereno. O forse, il nostro “campo” è desiderato e occupato da qualcun altro, che attraverso una disonesta macchinazione è riuscito a sottrarcelo. Le prescrizioni bibliche volevano proteggere il singolo affinché nessuno lo privasse di ciò che gli forniva da vivere.
Il comandamento intende anche garantire i diritti fondamentali dei collaboratori domestici che lavorano per me (una volta si trattava di schiavi e schiave, ora sono le colf, le badanti. . . ), la legge di Dio sta dalla parte dei più deboli, che vuole difendere dal prepotere dei forti. Il bue e l’asino stanno a significare le bestie da lavoro, ma anche gli animali che forniscono latte e carne per il sostentamento del proprietario.
Anche la nostra convivenza sociale oggi risulta gravemente deteriorata. Si parla di bassa sensibilità verso la proprietà altrui, persone che pensano che tutto sia a loro disposizione e si arrogano il diritto di prendersi ciò di cui sentono il bisogno e che fa loro piacere. È difficile ragionare e ancor più convivere con queste persone. Ma sperimentiamo oggi anche una palese e crescente invidia sociale. Si ambisce ad avere ciò che qualcun altro ha: la sua professione, la sua donna, i suoi figli, il suo successo, le cose che può permettersi.
La pubblicità fa di tutto per convincerci che la nostra immagine sociale dipende in gran parte da ciò che acquistiamo. Ciò che compro dimostra agli altri ciò che sono.
Lo si osserva abbondantemente nei bambini, i quali, quanto a capi firmati e accessori alla moda, non sopportano di essere inferiori ai loro compagni. Noi adulti invece ci troviamo a sbirciare nel giardino del nostro vicino di casa e proviamo invidia per la sua nuova auto o per le vacanze esotiche che si è potuto permettere.
Dalla frenesia consumistica potremo uscire solo se decideremo di concentrarci sull’essenziale.
È da insensati commisurare il proprio valore, soprattutto la propria felicità, sulla scorta di ciò che possediamo, di quanto guadagniamo, dell’abbigliamento costoso che abbiamo la possibilità di indossare. Gesù dice : « Procuratevi un tesoro che non viene meno, lassù nel cielo, dove i ladri non arrivano e le tarme non consumano.
Poiché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore ».
La vera ricchezza , la perla del Vangelo, è dentro di noi, rappresenta il nucleo più intimo della nostra persona. Chi sa cogliere la propria vitalità interiore, rimane in contatto con il suo “autentico sé“, vive in pace con sé stesso e con il mondo che lo circonda.
Lo scopo del decimo comandamento è anche quello di risvegliare in me la riconoscenza per quanto, poco o molto mie è dato possedere. È a questa condizione che gusto tuta la mia libertà interiore.
Il desiderare troppo è una forma di dipendenza.
Nell’insegnamento buddistico la brama è la causa di molte sofferenze. La cupidigia produce avidità, rende perennemente insoddisfatti di tutto: della professione, della propria famiglia, della propria immagine, della stessa vita. Al contrario, la riconoscenza per quello che dio mi ha donato è un atteggiamento salutare, nei confronti di me stesso e del mio ambiente.
La riconoscenza mi libera dall’impulso a confrontarmi di continuo con gli altri, dall’assillarmi senza posa per far prevalere le mie vedute, le mie scelte sugli altri.
La riconoscenza mi dà la capacità di rallegrarmi con l’altro per i suoi grandi o piccoli successi.
Non cedo al bisogno di screditare lui o me stesso.
Non viene a scapito del mio valore, se riconosco il valore dell’altro.
Io non sono in concorrenza con lui, né lui con me; non sentiamo il bisogno di entrare sempre in competizione. Piuttosto ambedue siamo riconoscenti per i doni di Dio, anche se in qualche caso dovessero sembrarci non equamente distribuiti.
Ognuno di noi ha motivi sufficienti per ringraziare.
Io sono riconoscente non solo per le cose che Dio mi ha donato, ma anche per le molteplici ricchezze che senza ombra di invidia vado scoprendo negli altri.
L’ottobre di vita che ci aspetta ci aiuti ad essere missionari con questi atteggiamenti.


Don Gilberto



"Per un pugno di dollari"


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