In questo ultimo periodo si è fatto un gran parlare di immigrazione, tutti hanno la soluzione da applicare su altre persone per risolvere i propri disagi, mentre la parola difficilmente viene data a chi ne subisce le conseguenze; ma in questo marasma di voci, pochissime (quasi nulla) vengono usate per spiegarne le cause, probabilmente perché in troppi scopriremmo di recitare un ruolo importante, ognuno con le proprie scelte di vita. . .
Personalmente non mi sento orgoglioso di vivere questo “fatto storico” come qualcuno l’ha definito,

anzi me ne vergogno! Mi vergogno quando chi ci rappresenta sembra giocare con la vita di migliaia di donne e uomini africani, mi vergogno quando qualcuno crede di essere divertente facendo delle battute, mi vergogno quando ci si accanisce su un’immigrazione che viene dal sud fuggendo da guerre, fame, sfruttamenti ecc. . .
La parola ora passa ai diretti interessati: delle donne nei centri a Lampedusa, un immigrato nigeriano “respinto” in Libia e per concludere un commento di Roberto Saviano.
• I visi di chi si è salvato, ed è a Lampedusa, raccontano una tragedia universale.
La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Una ragazza somala, anche lei ha subito le pene dell’inferno.
«Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici.
Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell’incubo finisse ». Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. « Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro ». Il racconto s’interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l’altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. « È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti.
Gira per le strade come un fantasma.
Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare.
Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non possiamo non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell’inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto? ».
• L’uomo che parla è un nigeriano, ha 22 anni, è con la moglie di 18 anni, che ha abortito dopo i giorni in mare e ora nella prigione libica. Ma come sono morte queste donne? Chiediamo al "prigioniero”: « Sono morte alcune ore dopo essere state lasciate sulla banchina insieme agli altri. I militari libici trascinavano le donne che erano prive di sensi per la stanchezza mentre altri, anche loro svenuti, venivano lasciati a terra senza nessuna assistenza. Adesso ci hanno ammassato in queste prigioni, stanno separando i cristiani dai musulmani e abbiamo molta paura. La polizia libica e quella italiana lavoravano insieme, gli italiani ci hanno salvati ma poi ci hanno lasciati a Tripoli. Sono cattivi qui, non ci danno da mangiare, ci trattano come animali. Stiamo soffrendo tutti, in questo momento ci sono due uomini privi di conoscenza a causa della grande fatica che abbiamo affrontato e delle botte dei poliziotti. Vi preghiamo: fate qualcosa. Fateci andare via da qui, qualsiasi posto va bene per noi. Siamo stati in Libia tanto tempo, ci maltrattavano, e quando finalmente ci hanno concesso di partire l’abbiamo fatto, ma è stato tutto inutile. Molti di noi sono morti durante la traversata del deserto e quelli che sono sopravvissuti speravano di avere finalmente raggiunto l’Italia ». Il nostro interlocutore ci comunica che uomini e donne sono rinchiusi in prigioni separate. « Anche mia moglie è stata portata via, ho paura che possano farle del male come spesso è accaduto a tante donne che sono state in Libia.
Molte di loro vengono violentate e restano anche incinte. Mia moglie l’ho sempre protetta, ma adesso è sola e non so cosa possa accadere ».
• Roberto Saviano: « . . .Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie.
Loro vivono di questa generalizzazione.
Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell’eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana.
Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l’alleanza delle mafie italiane. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l’assistenza legale.
E non si tratta di interpretare il ruolo delle “anime belle”, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi – insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo – è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d’Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L’Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in sé la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra ».

 

Emiliano M.


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