Ho pensato di proporre una riflessione a partire da quello che vivremo nella festa dei Santi e andando a trovare i nostri morti in cimitero. Forse perché ho l’impressione che poco spesso ci fermiamo a riflettere e meno ancora a parlarne insieme.
Che cosa si intende per eternità?
Crediamo nell’eternità?
In che rapporto sta con il tempo che viviamo? Per capire che cosa sia l’eternità è utile chiarire brevemente che cosa intendiamo quando parliamo di “tempo“.

 Con esso, intendiamo di solito « la misurazione del prima e del dopo in relazione al movimento e al cambiamento » (Aristotele), cioè la successione dei momenti.
Tale tempo, misurato da orologi e calendari, costituisce la cronologia (i Greci usavano il termine chronos per designare questa forma di tempo).
In questa concezione esiste solo il presente, come istante senza durata: il passata non esiste più perché è già trascorso, e il futuro non esiste ancora perché deve ancora venire.
Esiste però un’altra nozione di tempo, radicata nell’esperienza interiore umana.
Noi uomini, che viviamo nel presente, non sperimentiamo il passato come qualcosa di irrimediabilmente perduto e svanito, bensì come qualcosa che modella la nostra identità e il nostro destino.
Similmente, non sperimentiamo il futuro soltanto come qualcosa di vuoto e irreale, ma come un richiamo e una sollecitazione, che ci invita a procedere alla realizzazione delle nostre potenzialità.
In questo tempo umano il passato è raccolto e conservato nella nostra memoria, mentre il futuro è anticipato e reso reale nella nostra immaginazione e aspettativa.
Nel tempo umano non ogni momento ha lo stesso valore e la stessa importanza, ma vi sono momenti decisivi per la nostra esistenza (i Greci usavano il termine Kairos per indicare questo tipo di tempo in quanto opposto al chronos).
Così quando siamo nel dolore, un’ora è molto più lunga di sessanta minuti, mentre quando siamo nella gioia il tempo sembra volare via.
Come ha detto s. Agostino, nel tempo la nostra anima è “dilatata“, si volge indietro per abbracciare il passato e si protende in avanti per anticipare future possibilità.
Noi percepiamo la nostra identità grazie a questa capacità di fondere in qualche modo i tre strati del tempo – passato presente futuro – in una unità personale e di possedere completamente e insieme tutte e tre le sue dimensioni.
Naturalmente finché viviamo nel tempo, una tale unità personale e un tale possesso del tempo sono solo parzialmente realizzati e rimangono un traguardo lontano.
Si tratta di un traguardo a cui tendiamo. Vivere nel tempo significa essere impegnati in questo movimento che va dalla incompletezza alla completezza, Questa realtà, fatta di totalità, di unità e al di là della divisione e della frammentazione del tempo, è detta ETERNITÀ.
Il « totale, simultaneo, perfetto possesso di una vita senza limiti » (Boezio).
Una tale eternità è attribuita esclusivamente a Dio, perché solo Dio non ha principio e fine, prima e dopo, e non è necessariamente soggetto al cambiamento.
L’eternità è perciò pienezza, perfezione di vita e di essere, senza decadenza.
La rivelazione cristiana afferma che Dio, nell’incarnazione del Figlio Gesù, ha liberamente e per amore assunto la temporalità, il tempo e il cambiamento umano, e li ha elevati alla vita divina. Dio permette anche agli uomini di condividere la sua pienezza di vita, o “vita eterna“.
L’eternità non va quindi immaginata come una continuazione senza fine del tempo al di là della morte, come un tempo interminabile che continua a scorrere nell’altro mondo, non va immaginata come un ricercare la destinazione finale, senza mai arrivare a casa; significa piuttosto che il nostro tempo e la nostra storia sono conclusi e definiti da Dio. La nostra eternità “partecipata“ non è al di fuori del tempo, ma è invece raggiunta dentro il nostro tempo e a partire da esso.
Questo significa dire nel nostro CREDO e davanti alle tombe dei nostri defunti CREDO NELLA VITA
ETERNA.

Don Gilberto


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