Nella famosa poesia intitolata “Pastori”, di Gabriele D’Annunzio, che tutti conoscete, è contenuta tutta la nostalgia del poeta per i luoghi, i lavori e le immagini che da giovane vedeva, i sentimenti profondi che portava nel suo cuore. Erano i pastori che dopo aver portato i loro greggi a pascolare nei prati verdi delle montagne d’Abruzzo, lentamente accompagnavano le pecore a valle per passare il resto dell’anno nei paesi d’origine.
In questa delicata poesia ho visto me stesso e con me tutti i “pastori“ che in questi mesi estivi hanno accompagnato ragazzi, giovani, scout, famiglie e anziani ai campi scuola. Campi dove ognuno a seconda delle proprie capacità e del proprio “stomaco”, ha potuto nutrirsi alle vari e proposte formative che gli sono state offerte, ha potuto “bere profondamente ai fonti alpestri”.
Adesso le vacanze sono finite ed è arrivato il momento di scendere, di tornare a casa, alla vita quotidiana. Di continuare a svolgere il ruolo di pastori in parrocchia, con tutta la bellezza e la difficoltà di fare il proprio dovere ogni giorno, nel proprio paese. C’è la nostalgia e il ricordo delle montagne, delle stelle viste durante le notti d’estate, le compagnie di amici, le passeggiate per i sentieri e i boschi. Ma c’è anche la voglia di ripartire di ricominciare l’anno carichi di esperienze e di energie nuove. Allora, andiamo! Proprio come d’Annunzio che nelle ultime due strofe della poesia immagina i pastori scendere e desidera essere con loro.

don Matteo



Pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?

Gabriele D'Annunzio
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