Alberto Pierobon Missionario saveriano Testimoni Cittadella, Padova, 14 dicembre 1927 – Brasile, 1976 Milite di Cristo, martire d’Italia "Misteriosa morte in Brasile di un missionario saveriano". E' il titolo di un giornale italiano di metà settembre 1976.

Padre Alberto Pierobon, 48 anni, e' stato ritrovato in un bosco, ad oltre un mese dalla sua scomparsa: cadavere in decomposizione, testa e braccia staccate dal corpo. Non si sa, non si saprà mai chi l'ha ucciso e perché. Per qualcuno una banda di zingari, per altri un camionista incosciente. Per tutti, padre Alberto e' stato vittima del suo amore per i poveri di quell'immenso Paese-continente dov'era arrivato quindici anni prima. Grande famiglia quella dei Pierobon: il padre Giuseppe, la madre Maria Simeoni e otto figli. Sono di Cittadella, provincia di Padova, Veneto profondo. Alberto, il terzogenito, nasce il 14 dicembre 1927. Pare che in famiglia lo chiamino "il grillo", tanto e' vivace, veloce, irrequieto.

Dopo la quinta elementare vorrebbe andare dai Francescani di Lonigo, ma i genitori gli dicono di aspettare. Bel carattere, tanti amici, generosità concreta, fa l'animatore dei ragazzi all'oratorio e si iscrive ad un Istituto tecnico, per diventare perito meccanico.

Ma accade un fatto che gli cambierà la vita. Il 17 agosto 1944 i nazisti fucilano a Padova uno dei suoi fratelli, Luigi, ventiduenne, dirigente d'Azione Cattolica, comandante partigiano. Gli daranno la medaglia d'oro alla memoria. Luigi Accattoli nel suo libro Nuovi martiri - 393 storie cristiane nell'Italia di oggi (Edizioni San Paolo, 2000) pone Luigi Pierobon tra i martiri della dignità della persona umana e scrive: "Studente, milite di Cristo, martire d'Italia, lo descrive così l'epigrafe che lo ricorda nell'Istituto di storia antica dell'università' di Padova, dov'era iscritto quando viene fucilato per rappresaglia a Padova il 17 agosto 1944, a 22 anni. Era stato appena arrestato, in quanto comandante del Battaglione garibaldino Stella,sull'altipiano vicentino. Alla scelta partigiana era stato incoraggiato dallo zio sacerdote Giovanni Pierobon, nella cui casa era stato accolto venendo a Padova per l'Università'. Davanti al plotone d'esecuzione, chiede la fucilazione al petto che gli viene negata. Chiede anche di non essere bendato, ma non l'ottiene e incoraggia i compagni: Si muore per l'Italia! Su un foglietto passatogli dal prete che l'assiste nel momento della fucilazione, scrive questo saluto alla famiglia: A mamma e papà, nell'ultimo momento un bacio caro, tanto caro. Ho appena fatta la santa Comunione. Muoio tranquillo. Il Signore mi accolga tra i suoi in Cielo. E' l'unico augurio e il più bello che mi faccio.

Pregate per me. Saluto tutti i fratelli: Paolo, Giorgio, Fernanda, Giovanni, Alberto, Giuliana, Sandra, lo zio Giovanni, tutti gli zii e zie. Un bacio a tutti. Il padre qui presente, che mi assiste, vi ara i miei ultimi desideri. Un bacio caro. I desideri erano: la corona del rosario - che alzava con la destra al momento della fucilazione - alla mamma, l'orologio al fratello Alberto, le 5000 lire che possedeva ai poveri".


Il principio era il martirio

 Luigi Pierobon, martire della Resistenza, lascia un grande vuoto nella sua famiglia. Ma anche un'eredità preziosissima.

E Alberto, non ancora diciassettenne, decide che lo imiterà: per lui il sacrificio del fratello e' all'origine della sua vocazione missionaria. Infatti il 18 agosto 1946, a diciott'anni, chiede di diventare saveriano. Ha conosciuto i figli del Conforti a Cittadella e ne e' rimasto affascinato.

Scrive nella sua lettera: "Inoltro finalmente la domanda per l'ammissione al Noviziato. Il consenso dei miei e' venuto lentamente, per gradi, non completo ancora. Ancora ieri dicendomi di fare la domanda e riunire i documenti richiesti mi hanno ripetuto il monito di prima: Puoi rimandare la partenza, attendere per essere più sicuro di te. E allora di nuovo, in Dio, ho ripensato a lungo ed ho sentito sempre viva nell'anima l'esultante certezza della chiamata divina.

Son lontani ormai i giorni duri della prova, l'ansia del dubbio, l'incertezza tremenda. Con fiducia piena combatterò la mia ultima battaglia, da solo... no, e' con me il Signore, e' con me la Regina delle Missioni".

E il ricordo di Luigi lo accompagna, vivo e struggente. Scrive in una lettera del 19 giugno 1947: "Il cuore piange, vorrei dire più oggi che ieri perché ogni giorno che passa sente maggiormente la sua mancanza. A volte cerca ancora attorno per vedere se trova l'esempio del fratello da imitare, se trova colui che lo comprende, che senza offenderlo ed umiliarlo lo sa guidare e spingere in avanti". E ancora, in un'altra lettera, tre mesi dopo: "Gigetto ha avuto una parte grandissima, una influenza profonda sul mio spirito, con la sua morte quel virgulto di vita che aveva trapiantato in me ha cominciato a germogliare e a crescere rigoglioso. Mai l'ho sentito vicino come adesso, e perché in un certo qual modo possa unire e incarnare in me la sua personalità, nella formula della professione aggiungerò al mio nome anche il suo. Da oggi mi firmerò Alberto Luigi" (3 settembre 1947).


Tempo di grandi grazie

Entra in noviziato a San Pietro in Vincoli (Ravenna) il 1° settembre 1946 e pronuncia la professione religiosa un anno dopo, il 12 settembre 1947, prendendo anche il nome di Luigi, come promesso. Qualche settimana prima scrive al Superiore generale dei Saveriani: "Con animo esultante mi accingo a scriverle dopo l'undecimo mese del mio Noviziato.

La grazia del Signore e' scesa abbondantemente sul mio animo e l'ha trasformato, l'ha inebriato di cose sublimi, ha fatto sì che trovi la sua dimora ed una vera pace solamente in Cristo Gesù. Padre, non e' mia intenzione di esporle qui il lavoro fatto in questo tempo di grandi grazie, ma di dirle l'intimo mio bisogno di donarmi tutto, tutto a Lui, a Gesù.

L'animo mio oggi non e' ripieno che di amore, il mio cuore pulsa forte, molto forte sotto la pressione della carità di Cristo. Ed e' ancora questa carità che mi rende audace per chiederle di poter essere ammesso in questo Istituto. Sono pienamente consapevole della gravità di questa mia domanda che presento dopo lunghe riflessioni accompagnate da abbondante preghiera. Le finalità che l'Istituto si propone di raggiungere corrispondono perfettamente ai miei desideri.

Nelle sue regole trovo un validissimo aiuto per conseguire lo scopo della mia vita: la mia santificazione. Vedo però anche la mia impotenza per soddisfare ad un sì alto e nobile ufficio, portare Cristo alle anime; ma la mia fiducia non e' riposta nelle mie forze. Fin dal primo giorno in cui ho sentito chiaramente la chiamata di Dio mi sono messo interamente nelle mani della Mamma Celeste. Lei mi ha guidato, Lei mi ha sostenuto durante quest'anno, Lei indubbiamente mi sosterrà nell'avvenire" (5 agosto 1947).

E due mesi dopo la professione, al superiore che gli chiede le sue impressioni, scrive: "Si parla troppo, troppo, e di cose leggere, e la cappella e' troppo abbandonata. Chi sfrutta ogni occasione per entrarvi e fare una visita sono pochi e sempre gli stessi. Ci si limita troppo a ciò che e' strettamente di regola".

Non ha una grande salute, Alberto Pierobon, nonostante il fisico robusto. Negli anni di liceo lo operano di appendicite e di ulcera. E per tutta la vita sarà perseguitato da disturbi dell'apparato digerente. Ma non si arrenderà mai. Anche se i guai fisici gli procureranno molti problemi e molte pause forzate nella sua attività.


Debole in salute e... greco

Scrive il rettore dell'Istituto Saveriano di Desio dello studente Alberto Pierobon il 13 giugno 1950: "Pietà: ottima e sempre ben coltivata. Studio: non preparato in latino e greco, fu dispensato da quest'ultimo. I suoi studi furono assai irregolari a causa della salute. Il primo anno lo perse a causa di un'operazione di appendicite con seguito di grave esaurimento. Il secondo anno frequentò il primo corso liceale trascinandosi. Fu ammesso un mese prima agli esami e promosso anche in vista delle sue ottime qualità in ogni campo. A Natale di questo anno scolastico ha dovuto subire l'operazione di ulcera allo stomaco facendogli perdere prezioso tempo di scuola. Attualmente non si sente ancora bene e l'esito degli esami sarà un po' incerto. La sua applicazione, quando poté farlo, fu sempre degna della sua ferrea volontà. Intelligenza discreta. Disciplina: ubbidiente, pronto e fedele agli ordini, osservante delle regole, ardente ed entusiasta per la sua vocazione, generoso nel prestarsi, lavoratore instancabile. Ottimo soggetto. Appoggio molto volentieri la sua domanda per la professione perpetua".

E nella domanda Alberto Pierobon scrive: "Il triennio di professione temporanea che la Santa Chiesa impone a tutti i suoi figli che vogliono seguire la via dei consigli evangelici sta per finire. Innumerevoli posso dire sono le grazie e i beni che Iddio nella sua infinita misericordia mi ha elargito, più grandi di tutte le croci e le tribolazioni fisiche e spirituali. Di tutto ringrazio di gran cuore il Signore. La vita religiosa e soprattutto il sacerdozio brillano ai miei occhi di una luce nuova e vivissima, tanto che pazzia mi sembra l'aspirarvi basandomi solo sulle mie forze. Confidando quindi solo sulla misericordia di Dio che si compiace sempre di costruire sul nulla e desiderando ardentemente di mettermi in croce con Gesu' e d'immolarmi ogni giorno per la salvezza degli infedeli, faccio domanda di essere ammesso alla professione perpetua". Debole in latino e greco, ma con le idee ben chiare e una ferrea volontà, nella fiducia totale in Dio. Vuole immolarsi,il giovane Alberto Pierobon ventiduenne. Non sa che finirà proprio così, in croce con Gesu'.

Supera tutte le crisi fisiche e spirituali. Gli resta un problema che sottopone al Superiore generale: "Una prova mi e' fallita: speravo di poter fare a meno del fumo. In questi giorni mi sono impegnato seriamente, ma sono costretto a riprendere. Incominciavo a divenire nervoso, disturbi di stomaco per difficoltà di digestione, per cui ho rinunciato, riprendendo a ritirarmi per fumare. Perciò, padre, chiedo di rinnovare il permesso di poter fumare, conservando il numero solito: 5 al giorno. Mi perdoni questa miseria". Studi a Vicenza, Piacenza, professione perpetua e infine ordinazione sacerdotale il 4 giugno 1955. "Domani sono otto giorni che sono sacerdote - scrive al superiore - otto giorni nei quali non sono ancora riuscito a convincermi pienamente.

Mi sembra un sogno questa realtà. Le lacrime versate lungo il cammino di questi anni, quando mi vedevo sbarrata la via da mille ostacoli si sono trasformate in lacrime di gioia... Il sacerdozio ha gettato la sua luce anche sul passato, rendendo le mie difficoltà a proporzioni così misere che arrossisco di me stesso".


Ancora in seminario

Ma poi, per sei anni, niente missioni. Va in diverse case dell'Istituto Saveriano, ma sempre in Italia, occupandosi per lo più di questioni economiche e amministrative. Finché, arriva il giorno della partenza: 29 maggio 1961. Destinazione Brasile. Il 12 giugno scrive subito alla famiglia: "Il primo incontro con la terra di missione non e' avvenuto senza una stretta al cuore; sono arrivato nella patria dei miei sogni, tanto desiderata". E al Superiore generale confida: "L'unico elemento negativo, se può essere tale, e' un profondo dolore e scoramento per non poter giungere ovunque e dare quello che chiedono: un aiuto spirituale adeguato. La parola pazienza l'ho sentita da tutti e questo mentre mi fa partecipare alla loro sofferenza nel constatare il limite delle proprie possibilità mi spinge a far presto per essere loro d'aiuto".

La sua sede e' nello stato del Paranà, Brasile del sud, diocesi di Londrina. Spiega Pier Michele Girola su Famiglia Cristiana: "Oltre che un buon sacerdote e' un ottimo tecnico. La missione ha bisogno di tutto, a lui vengono affidati i compiti di organizzazione dei lavori. In due anni tante opere sono completate, ma soprattutto e' finito il seminario per le vocazioni adulte, che stava a cuore ai missionari".

Non e' ancora questa la missione che padre Alberto sogna: ma c'e' bisogno di lui lì, adesso. I saveriani ritenevano maturo il tempo di lanciare verso la missione "ad gentes" la chiesa del Brasile, per questo fondano un seminario per le missioni. Solo nel 1979 i vescovi dell'America Latina diranno che e' giunto il tempo di "donare la ricchezza della nostra fede con cui Dio ci ha benedetti a partire dalla nostra povertà". E in quest'opera si impegna a fondo, senza riserve e senza risparmio. Lo nominano economo del nuovo seminario. A casa manda a dire: "Il compito e' difficile perché sono nuovo dell'ambiente: 70 apostolini sono già presenti. Comunque vita allegra, serena, gioia piena, nella certezza di lavorare per il migliore degli ideali". Siamo nel 1962, padre Alberto Pierobon ha 35 anni, un fisico robusto nonostante i malanni, una gran voglia di portare il Vangelo a tutti i poveri. Ma adesso il suo compito e' un altro e lo assolve con lo stesso impegno, certo di combattere, comunque, la buona battaglia della fede. Altra lettera a casa: "Il mio lavoro va come vuole, a volte bene, altre male; ma si va avanti. La vita dell'economo e' fatta così; morto e' chi si demoralizza, che abbandona la lotta e incrocia le mani. Sto facendo una cerchia di conoscenze e di amici, bisogna muoversi, correre, andarli a trovare, chiacchierare, ascoltarli".

Ecco come intende la vita del missionario: andare, correre, ascoltare, non arrendersi ne' abbandonare la lotta. Tutti verbi impegnativi. Tante lettere di padre Alberto iniziano con il motto Caritas Christi urget nos, l'amore di Dio ci spinge, le parole scelte da san Giuseppe Benedetto Cottolengo come programma della sua opera torinese. Lo stesso che il beato Guido Maria Conforti metterà nello stemma della sua famiglia missionaria. Sì, l'amore di Dio spinge anche lui, all'altro capo del mondo. E' sempre lo stesso mandato di Gesu' agli apostoli: "Andate, predicate,battezzate in tutta la terra". Altri verbi pesanti, da prendere sul serio.

Anche quando e' più faticoso, anche quando si fanno cose che non si vorrebbe fare. L'amore di Dio spinge il missionario Alberto Pierobon a maneggiare conti, ricevute, denaro. Ne soffre dapprincipio, ma poi e' contento lo stesso e lo scrive ai suoi cari il 4 giugno 1963: "Nel giorno del mio anniversario di Messa non posso passare in silenzio la mia gioia, felicità, serenità. Sono felice, pienamente felice, nonostante il lavoro, le preoccupazioni, le responsabilità che di giorno in giorno aumentano". E spiega ancora il 7 novembre: "Ho trovato finalmente la possibilità di essere felice nonostante l'economia, cosa mai desiderata e che mi e' sempre capitata sulle spalle: era questo che mi ha fatto soffrire; ho passato mesi di angoscia perché non riuscivo a trovare la via per mettere insieme economia e vita apostolica. Ora sono riuscito, in armonia e secondo il desiderio dei Superiori".


Finalmente!

In quel 1963 e' cambiato il Papa: in giugno e' morto Giovanni XXIII, il bergamasco Angelo Giuseppe Roncalli, ucciso da un tumore; nei panni di Pietro adesso c'e' il bresciano Giovanni Battista Montini, Paolo VI, che decide subito di continuare e portare a compimento il Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto e iniziato dal predecessore per spalancare porte e finestre della Chiesa sul mondo contemporaneo. Il 22 novembre e' stato assassinato il Presidente degli Stati Uniti, il cattolico John Fitzgerald Kennedy. E nel lontano Vietnam si comincia a combattere una guerra, inutile come tutte le guerre, che fino al 1971 dividerà e farà inorridire il mondo.

Finalmente nell'agosto del '64 padre Alberto Pierobon va in prima linea. Il vescovo saveriano monsignor Giovanni Gazza, che lo ha già apprezzato nei suoi primi anni brasiliani, nominato prelato di Abaete', stato del Parà, Amazzonia, nord del Brasile, lo chiama con sé. "C'era tutto da fare - dirà monsignor Gazza - e padre Pierobon si impegnò a fondo nella organizzazione. Era un uomo silenzioso, ma irruente, pieno di iniziative e di slanci". L'amore di Dio lo spinge, anche nella sconfinata Amazzonia. Anche nei nuovi compiti che gli vengono affidati: costruire scuole, chiese, ospedale, casa per i missionari, cappelle lungo il gigantesco Rio delle Amazzoni. Scrive a casa: "Durante la settimana sono motorista, caricatore di travi di legno in mezzo al bosco, controllore, idraulico, muratore ecc. La domenica prete".

Visita la parrocchia di Acarà e al ritorno confida ai familiari in un'altra lettera: "Ed ora sono tornato ai miei lavori con una nostalgia maggiore di poter andare tra gli Indios, lasciare finalmente mattoni, cemento ecc.; ma sembra che le cose vadano proprio al contrario. Pazienza. Andiamo per il cammino che Dio vuole". Ed ecco che Dio lo chiama finalmente lì, nella parrocchia di Acarà che il vescovo gli affida: e' grande 12.000 chilometri quadrati, quasi come l'intero Veneto.

Si sente davvero in missione, adesso, anche se non potrà posare mattoni e cemento, perché c'e' bisogno di costruire ancora. C'e' abituato e non si spaventa. Intanto monsignor Gazza torna in Italia perché e' stato eletto Superiore generale dei Saveriani. Lui resta lì nella giungla, tra quei poveri che ormai sono la sua famiglia, la sua missione, la sua Chiesa. Il clima e' pessimo, e ogni tanto deve cambiare aria, tornare al sud, dove si sta meglio, per curare i soliti malanni.


Minacce e perdono

E' di questi tempi un episodio simpatico e curioso diventato celebre in tutto il Parà. Un giorno padre Alberto, mentre sta costruendo una scuola, si ritrova a corto di legna. Va in cerca di qualche soluzione. Incontra un gruppo di uomini. Gli dicono: "Padre, ci trovi un lavoro, non abbiamo niente da fare". E lui: "Ho bisogno di legna, devo tagliare qualche albero e farne delle assi". Rispondono: "Va bene, però non abbiamo la sega". Padre Alberto corre a comprarne una bella, grande. Passerà qualche giorno dopo a ritirare la legna. Ma non troverà nessuno: gli dicono che quegli uomini hanno venduto la sega e si sono spartiti il denaro. Ricorda monsignor Gazza: "Padre Alberto andò su tutte le furie. A sentirlo avrebbe commesso una strage, prometteva botte terribili. Era fatto così: silenzioso, buono e umile, ma guai alle ingiustizie ed alle truffe! Non le sopportava. Comunque, conoscendo il suo carattere, sapevamo benissimo che non sarebbe successo nulla".

Qualche giorno dopo il padre incontra per caso uno di quegli uomini. Fa per assalirlo, ma quello piagnucola: "Padre, e' appena morto mio papà. Non abbiamo nemmeno i soldi per vestirlo, comprare una bara e seppellirlo". E lui subito si commuove, lo abbraccia, lo consola e gli dà i soldi che ha in tasca. Ma un giorno padre Alberto incontra il papà di quell'uomo, vivo e in buona salute, ignaro di tutto. Conclude monsignor Gazza: "Altre sfuriate ed altre minacce. Come finì? Come tutti pensavano, conoscendo l'uomo. I truffatori furono perdonati e la sega ricomprata al doppio del prezzo da chi l'aveva acquistata, perché ce n'era davvero bisogno.

La storia fece il giro dello Stato. Benchè avesse risvolti umoristici, la gente la raccontava con rispetto per la bontà d'animo di padre Alberto". Per motivi di salute nel 1968 il missionario deve tornare a casa, in Italia. Ha bisogno di riposo e di aria buona. Racconta il fratello Giorgio: "Arrivò a Cittadella senza nemmeno una valigia ne' un oggetto personale. Aveva impegnato tutto per i suoi poveri; gli rimaneva l'abito che indossava". E' l'ultimo incontro con il suo papà. Tornato in Brasile, qualche mese dopo riceve la notizia della sua morte e scrive a casa: "Padre Terzoni mi ha presentato il telegramma che annunciava la triste realtà e grandiosa realtà. Papà e' in cielo. Dirvi che cosa ho provato e' impossibile, anche gioia, pensando Papà nella felicità eterna".


Ritorni forzati

Altro ritorno forzato in Italia nel 1973. Una notte l'amaca su cui dorme si rompe, lui cade a terra battendo la schiena, la colonna vertebrale si incrina. Viene quindi a farsi operare.

Ma torna presto in Brasile. E in quell'estate riceve laggiù la visita del fratello Giorgio e della sorella Sandra. Dice Giorgio Pierobon: "Di quell'esperienza conservo ricordi indimenticabili. Mi colpì soprattutto la simpatia che Alberto suscitava nei bambini: dovunque andasse, gli facevano capannello intorno; li aveva vicini anche all'altare. Mi impressionò la sua resistenza a tante fatiche, la sua vita di stenti. Povero Alberto! Doveva essersi ben rafforzato il suo stomaco, che un tempo soffriva di ulcera! La fede di mio fratello era incrollabile, in tanti anni di missione non ha avuto una parola di sconforto, un momento di crisi. Il suo altruismo era integrale, la forza di volontà assoluta. Parlava sempre con entusiasmo della conversione dei suoi indios, era riconoscente a quella povera gente che chiedeva umilmente aiuto, tanto generosa nella miseria. Certo, come lui stesso mi scrisse nella prima lettera, l'adattamento fu faticoso".

Giorgio ritorna presto in Italia, padre Alberto non sta bene e i superiori lo rimandano nel sud dove il clima e' migliore. Ad Acarà resta soltanto la sorella Sandra. E vi resterà per sempre. Il 22 ottobre 1973 muore laggiù in un incidente stradale. Ecco come lo racconterà Famiglia Cristiana: "Alessandra Pierobon, 49 anni, da poco tempo vedova, professoressa di matematica, viaggia su una corriera da Acarà a Bele'm, nello stato brasiliano del Parà, in piena Amazzonia. In una curva, ingannato dalle insidie di una strada che più che altro e' un sentiero mal disegnato tra boschi e paludi, l'autista perde il controllo dell'autobus, che finisce nel fiume Capim. Alessandra muore annegata con altri sette passeggeri. Stava rientrando in Italia per riprendere il suo posto a scuola, dopo aver trascorso l'estate a lavorare in missione".


Il martirio di Sandra

Da tempo Sandra Pierobon aiutava il fratello missionario dall'Italia. Finché va in Brasile a spendere i quattro mesi di vacanza a fianco dei suoi poveri. Ha voluto vedere di persona, toccare con mano, condividere. A prezzo della vita.

Racconta monsignor Frosi, testimone degli ultimi suoi giorni: "Dopo aver perso il battello a motore che l'avrebbe condotta a Bele'm, i padri insistettero perché viaggiasse il giorno dopo con un piccolo aereo, ma Sandra rispose: Desidero viaggiare come viaggiano i nostri poveri; ciò che risparmio sia per loro. Quando dopo 32 ore si riuscì finalmente a ritirare la salma dal fiume, la vidi con la faccia voltata verso terra, quasi in atto di baciare questa terra e questo popolo per il quale aveva offerto la sua vita. Nessuno di noi, infatti, dubita che Sandra, dopo aver aiutato in tanti modi questa nostra missione, abbia offerto al Signore il dono della sua vita. Varie volte ci aveva detto: Io sono disponibile.

Sandra completò la sua missione e da Acarà e' andata in Paradiso, dove la Casa del Signore e' anche la casa di Sandra. Il popolo semplice e povero di Acarà sostò in preghiera per varie ore nella bella chiesa parrocchiale dinanzi alla salma di Sandra, quest'animabella che aveva lasciato loro tanti esempi di fede, di bontà e di serenità. Durante la messa del funerale, al momento della preghiera dei fedeli, vari hanno voluto manifestare i loro sentimenti in un ambiente di profonda emozione. Alle sei, al tramonto del sole, iniziò la processione al cimitero, su una piccola collina, tra giganteschi castagneti e palme solenni di questa immensa Amazzonia. Così Sandra riposa vicino ai suoi poveri e come loro, in un gesto di profonda solidarietà umana e cristiana". Sandra, dopo Luigi.

Un nuovo martirio, un nuovo dolore per padre Alberto.

Piange la sorella amatissima, scrive che "la tragedia avrà ripercussioni per tutta la mia vita". E a monsignor Gazza racconta l'accaduto in una lettera del 20 gennaio 1974: "I fatti che hanno portato a termine un disegno di Dio sono molto semplici. Sandra era venuta in Brasile per vedere e per sentirsi missionaria nel senso più profondo della parola.

E' arrivata improvvisamente, stavo lavorando nella costruzione della chiesa del Guamà e me la sono trovata là assieme a padre Terzoni. Voleva vivere con me un po' di tempo, ma subito e' avvenuta la separazione.

La mia malattia mi ha obbligato a partire per Curitiba, ho fatto il check-up, hanno riscontrato una forte forma di ipertiroidismo. Lei mi ha accompagnato in questo viaggio, ha visitato le nostre opere nel sud, poi e' ripartita per Acarà, che chiamava la mia casa. Era a disposizione della parrocchia, dei poveri, si era perfettamente inserita nella comunità, era felice. Aveva deciso di essere in Italia per il giorno dei morti e aveva preparato tutto per il viaggio. Il battello di linea per Bele'm aveva diverse ore di ritardo, come si faceva sempre, padre Gino incaricò qualcuno di avvisare quando arrivava. Per il mancato avviso, ha perso il battello. Padre Gino voleva a tutti i costi che prendesse l'aereo, ma lei non ha voluto perché costava soldi preziosi, quando poteva andare in autobus. E' partita verso le tre del mattino, prendendo posto dietro al guidatore. Un po' per la solita eccessiva velocità, un po' perché l'autista era drogato dopo una notte di bagordi, l'autobus e' finito nel rio Capim: andava talmente forte che e' entrato nell'acqua per più di 20 metri. Era stato avvisato per tre volte di rallentare in prossimità del fiume, ma non ha ascoltato nessuno.

Nell'impatto con l'acqua, Sandra ha battuto violentemente il mento contro la barra di separazione dall'autista. SuorMiriam mi assicura che e' morta sul colpo, non per asfissia. Sandra e' stata ricuperata per l'eroismo di padre Pansa. Lui ha trovato l'autobus, lui l'ha legato ed estratto. L'eroismo di padre Angelo, la carità squisita di mons. Angelo Frosi, Terzoni, Villa e tutti i confratelli, la partecipazione commossa di tutta Acarà sono state le note fondamentali di quei giorni terribili. Ho avuto un collasso terribile, conseguenza della mia malattia e di certi fatti avvenuti che e' meglio lasciare sepolti. Ho impiegato circa venti giorni per ritrovare la serenità e la pace.

Ero completamente smarrito, distrutto nel mio mondo affettivo. La morte violenta di Sandra per colpa di un incosciente, la mia malattia, la quasi certezza di una separazione dalla mia gente, la mia Acarà. Sono i piani misteriosi di Dio. Ora sono a Curitiba, sereno, quasi allegro, a disposizione dei superiori. Il 15 gennaio ho fatto il terzo esame e sono clinicamente guarito. Il medico esclude la possibilità di un mio ritorno in Parà. Ritengo che questa sia la volontà di Dio. Mi costa terribilmente solo il pensare di non potermi più dedicare alla mia gente, ma sono ugualmente convinto che lavorare qui o là e' la stessa cosa.

L'essenza della nostra vocazione e' la donazione di sé per la causa di Dio. Questo pensiero ha il predominio sui sentimenti e mi e' fonte di pace e di energie per continuare a donarmi.

Grazie padre del suo ricordo, del desiderio di consolare la mia vecchia madre".


Avanti, riprendere la strada

Questa lunga e meticolosa relazione assumerà, per monsignor Gazza, il senso di una sorta di testamento spirituale di padre Alberto: quando scrive mancano due anni e mezzo alla sua stessa morte. In un'altra lettera a un confratello aggiunge che "il cielo ritornerà sereno, non accetto la sconfitta spirituale e fisica. Sento che posso reagire e fare ancora qualche cosa". Informa i familiari che ha visitato il luogo della sepoltura di Sandra: "Volevo vedere da solo com'era la tomba. Mi sono seduto davanti alla piccola croce di legno. E' caduta la prima lacrima e subito mi sono sentito rimproverare con queste parole: Che fai seduto con quella faccia da stupido? Muoviti! Io sono in pace. Io ce l'ho fatta, tu guarda in alto".

Già, adesso tocca ancora a lui. Rialzarsi e riprendere la strada, più solo, più stanco, più malato. Ha soltanto 46 anni ma fatiche e dolori si fanno sentire. Resta nel sud del Brasile, gli affidano la vastissima parrocchia di Moreira Salles, nello stato del Paranà. Si rimette al lavoro, e' di nuovo a fianco dei poveri che gli vogliono subito bene.

Preghiera e azione, fede e opere. Continua a sporcarsi le mani con quella gente, perché sa che gli affamati "non possono essere cristiani perché non sono uomini liberi: bisogna fare l'uomo, poi il cristiano". Un'idea moderna della missione, niente proselitismo ma condivisione,promozione umana, come vuole la Chiesa post-conciliare. Diventa parroco di Moreira Salles il 26 maggio 1974: mattina in parrocchia, pomeriggio in giro per le cappelle della periferia.

Un gran lavoro, eppure scrive alla famiglia che "non c'e' uomo più felice di me, quando mi metto per quelle strade tutte buche e polvere; ma si va e la felicità che porta il mio arrivo mi paga bene delle difficoltà superate".

Altre lettere ai familiari ci permettono di mettere a fuoco lo stile missionario di padre Alberto Pierobon. Eccone alcuni stralci: "Il buon Dio mi aiuterà, l'idea di essere solo uno strumento non mi abbandona mai, quindi avanti, avanti, anche se guardando le cose umanamente ci sarebbe non solo da scoraggiarsi, ma da scappare". "Preghiamo, amiamo: questo e' importante e credo che l'offrire il tormento di non poter arrivare ovunque sia meritorio e fruttuoso per queste anime". "Veramente qui mi sentono uno di loro. Anzi pensano e sentono che li amo: verità questa immensamente confortante e impegnativa".

"Ma quante sorde battaglie devo sostenere per difendere i minimi diritti di questa gente abbandonata, schiava di una minoranza! La mia posizione e' di indipendenza dalle autorità. Aiutare i miei uomini in tutto cio' che e' buono, sostenerli il più possibile, guidarli con qualche idea buona se riesco, ma libero di rinfacciare loro la propria responsabilità". "Quanti desideri passano per la mia anima e devo lasciarli solo desideri per essere fedele alla volontà di Dio che vuole quello che Lui vuole e non quello che noi vogliamo: il problema sta tutto qui. Se ci crediamo, si sente, ma non si può perdere la pace, la serenità:e se perdiamo queste caratteristiche e' segno che la nostra fede e' imperfetta". "L'unico linguaggio che possono capire e' la carità vera e disinteressata; solo questa apre le strade alla grazia. Le belle parole lasciano il tempo che trovano; i fatti restano". Fatti, non parole. E' il motto di padre Alberto.

Tuttavia la salute e' quella che e'.

Deve tornare di nuovo in Italia per un po' di riposo, dall'ottobre del 1975 al febbraio 1976. L'ultimo ritorno, perché gli restano pochi mesi di vita. C'e' ancora la vecchia mamma, i fratelli superstiti. Si riprende un poco e riparte per Moreira Salles. Dove torna subito al suo posto in mezzo ai poveri, sempre più stanco, sempre più malandato nel fisico.

Forse non e' del tutto guarito ma non c'e' tempo, non ha tempo per sé, deve lavorare con la sua gente, quello e' lo scopo, quello il desiderio, quella la via per la santità cui aspira.


Sul Morro dos Maristas

E arriviamo al tragico luglio 1976, quando si compie anche il martirio di Alberto, dopo quelli di Luigi e Sandra Pierobon. E' tornato a Moreira Salles, ma il 26 parte per Curitiba dove si tiene l'assemblea semestrale dei Saveriani del Brasile. Il 27 - e da qui in avanti ci serviremo delle notizie contenute nella relazione del superiore provinciale padre Carlo Coruzzi al Superiore generale padre Gazza -verso sera padre Alberto e' colto da una grave crisi, con tensione, febbre e tremore.

Viene curato ma passa una notte agitata. Il giorno seguente va dal medico che gli prescrive una cura abbastanza efficace ed alcuni esami.

Il 29 luglio sembra tutto passato, ma torna dal medico per qualche ulteriore controllo. Quella notte, però, e' tormentato da incubi, i confratelli vicini di camera accorrono, spiega loro che ha sognato "persone sconosciute che mi vogliono fare del male e altre mi deridono e io non riesco a difendermi".

Sente un presagio di morte. Il mattino dopo si fa portare nella casa saveriana di Vista Alegre. Chiama padre Coruzzi: vuole fare una confessione pubblica davanti ai confratelli per spiegare quel sogno terribile. Il provinciale lo dissuade, poi tornano a Curitiba con altri padri, superando pure un piccolo incidente automobilistico. Finita l'assemblea, gli chiedono di restare ancora un po' per riposare e attendere l'esito degli esami medici. Lui accetta: tornerà a Moreira Salles qualche giorno dopo sull'automobile di un suo parrocchiano. La notte del 30 luglio tornano gli incubi, alcuni padri gli fanno compagnia fino al mattino. Verso le 14 del 31 luglio esce dalla sua camera, lo vedono passeggiare tranquillo su una strada di campagna, in maniche di camicia e senza i suoi occhiali, come se fosse uscito a prendere un po' d'aria.

Da quel momento scompare. I confratelli lo cercano, avvisano la polizia, interrogano il medico che lo ha curato, avvertono i superiori e i familiari, chiedono anche l'aiuto di una radio molto ascoltata in quella parte del Brasile. Non riescono a capire perché padre Alberto se ne sia andato via così: senza occhiali, giubbotto (fa molto freddo in quel periodo), borsa. Passano giorni, settimane, mesi. Finché - racconta padre Coruzzi - "il 9 settembre 1976 la polizia di Almirante Tamandare', Municipio distante 15 chilometri da Curitiba, viene informata da un cacciatore che sul colle conosciuto come Morro dos Maristas c'e' il corpo di una persona, in avanzato stato di decomposizione. Il giorno dopo verso le 7,30 un parrocchiano di Vista Alegre avvisa i Saveriani che padre Alberto e' stato ritrovato. Ha sentito la notizia dalla radio. I padri sul momento trovano la notizia molto strana, in quanto la polizia non si era ancora fatta viva. Tuttavia si recano all'obitorio e solo in quel momento vengono informati del ritrovamento. Il corpo e' irriconoscibile. Solo i documenti attestano che si tratta di un padre. Due studenti chiedono di poterlo vedere, gli viene concesso, ma non lo riconoscono. Alle 13,30 arrivo in aereo da San Paolo. Chiedo ai medici di poter vedere il corpo.

Esaminiamo gli indumenti e non rimane più alcun dubbio.

Pantaloni, calze, camicia, scarpe sono di padre Alberto. Il resto e' realmente impossibile riconoscerlo. Il cranio poi appare stranamente pulito. Il medico più tardi ci informa della mancanza delle mani e di molti altri particolari.

Cerchiamo di contestare tutte le ipotesi assurde che gli esperti avanzano, ma le prove dei fatti ci inducono ad accettare la tesi dell'assassinio".


A testa bassa, contro l’ingiustizia

Chissà cos'e' accaduto a padre Alberto Pierobon. Assassinato da chi e perché? Tutti amavano padre Alberto: chi l'ha ammazzato?, titola il settimanale Oggi in Italia. Stesso inquietante interrogativo sui giornali del Brasile che danno molto spazio alla notizia. Famiglia Cristiana dedica alla vicenda un lungo servizio dal titolo Gli fucilano un fratello, risponde facendosi prete. C'e' la storia di padre Alberto e della sua famiglia, il martirio di Luigi e Sandra. E il suo.

Ecco la conclusione: "Padre Pierobon nel sud del Brasile, a Moreira Salles, e' responsabile di una parrocchia enorme, dove per visitare tutti occorrerebbe poter disporre di un aereo. Con la schiena dolorante e lo stomaco sempre in crisi, lavora senza soste. La zona e' una di quelle destinate dal governo brasiliano ad un frenetico sviluppo. Sulle strade e' un continuo via vai di camion che raggiungono le vicine foreste dove gli alberi vengono abbattuti per far posto a industrie e fattorie. I problemi sono tanti. Padre Alberto affronta gli ostacoli a testa bassa, come sempre. E così, quando un parrocchiano gli scrive una lettera chiedendogli di intervenire perché una tribu' di zingari la smetta di compierefurti nella zona, il parroco reagisce alla sua maniera: parte. Eppure da qualche giorno le sue condizioni di salute sono peggiorate. Non riesce quasi a buttar giu' cibo, beve soltanto molti caffe'. E' il 31 luglio, e' inverno, fa freddo: non tornerà più. Secondo la polizia brasiliana affronta gli zingari e viene ucciso. Monsignor Gazza ammette che questa versione e' la più attendibile: L'autopsia, infatti, ha dimostrato che la testa e le mani erano staccate dal corpo. Pero' aveva addosso tutti i soldi con i quali era partito. Se gli zingari, come sembra certo, hanno deciso di ucciderlo, come mai non l'hanno rapinato? C'era anche l'ipotesi dell'incidente stradale. In questo sterminato Paese e' molto comune, purtroppo, che un camionista, investita una persona, la scaraventi nel bosco lungo la strada, per non aver grane. Potrebbe essere andata così. Noi, veramente, eravamo propensi per la tesi del malore. Ultimamente padre Alberto non stava bene, era prostrato dalla fatica, dai dolori allo stomaco, anche dai ricordi della sorella morta in missione. Poteva essere svenuto per strada e poi morto o per collasso o per assideramento. Purtroppo la versione ufficiale e' più crudele. In ogni caso ha finito la sua vita come voleva: in piena azione per aiutare il prossimo, senza rancori ne' paura di morire". Le autorità consegnano il corpo martoriato ai Saveriani. Viene portato nella chiesa di Vista Alegre e lì vegliato tutta la notte dai confratelli, dalle suore, dagli studenti. Il mattino dopo si celebra una messa, poi i resti mortali di padre Alberto Pierobon partono per l'ultimo viaggio, destinazione: la sua parrocchia di Moreira Salles.

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