Approfittando del vento che soffiava sempre più forte, il grosso cedro si mise a fare qualche esercizio di ginnastica... uno. . . due. . . uno. . .due. . . destra. . . sinistra. . . destra.. . sinistra.

Il vento fischiava tra i grossi rami dell’albero e ogni tanto li faceva piegare e scricchiolare pericolosamente.

Ma il gigantesco cedro non se ne curava, anzi si divertiva come un bambino su una giostra. « fin che la barca vaaaa. . . » cantava allegro e divertito, « lasciala andareee, fin che la barca vaaaa, tuuu non remareee ».

In lontananza il cielo si faceva sempre più buio e da quelle nuvole nere, uscivano ogni tanto dei lampi, che sembravano tagliarle con una spada infuocata. Si sentivano da lontano le grida delle mogli dei contadini che chiamavano i mariti: « Toniiiii vien casaaaaaa! Mariooooo sbrigateeeeee, vardaaaa che tempoooo! ». Tutti correvano per mettersi al riparo. Tutti avevano capito che stava arrivando un brutto temporale. Qualcuno in silenzio pregava perché non cadesse la grandine.

« Quandoooo l’amoreeee viene, il campanelloooo suonerààà.

. . » continuava a cantare il cedro, tutto contento; quando improvvisamente, in uno dei suoi movimenti spericolati, aiutati dal vento, piegandosi dall’alto verso il basso, vide sotto di lui, due gambette, come di bambino. Improvvisamente smise di cantare. « Chi c’è là? » chiese con tono serio e scocciato! « Sono io, Marco ». «Marcooo? » rispose sorpreso il cedro. «Ma hai visto il tempo? Tra poco arriverà un temporale di quelli che fanno paura e tu sei qui? Con la mia chioma posso proteggerti, ma se viene tanta pioggia neanche i miei rami ti possono fare da ombrello! ». « Non m’interessa! », rispose secco il bambino.

« Va Bene! Ho capito! Che cosa è successo stavolta? ». Il ragazzino non rispose anzi, si mise a piangere. Il grosso albero sentendo i singhiozzi del bambino, con un tono più affettuoso del solito chiese: «Marco, che cosa c’è? ». « È morto mio nonno! » rispose Marco. Ci furono alcuni, lunghissimi, istanti di silenzio.

L’imbarazzo si poteva tagliare a fette, nell’aria. poi il cedro si fece coraggio e riprese: «Marco, alza gli occhi guarda il ramo, quello grosso, lungo venti centimetri? Ti ricordi, me l’- hanno tagliato quando avevo ottantacinque anni, e come sai, sono passati centoventotto anni, ma il dolore è ancora forte, e so, che me lo porterò per tutta la vita, ma il contadino che l’ha tagliato sapeva bene cosa faceva, sapeva, che se non avesse fatto così, non sarei alto, grosso, forte e robusto come sono ora ». « Ci sono delle ferite che ti fanno male e che porterai dentro di te, per sempre, ma sono proprio quelle sofferenze e quei sacrifici che ti aiutano a diventare grande e forte al punto da non aver paura di nessun temporale neanche dei piu’ brutti ».

Marco continuò a piangere in silenzio, ancora per qualche minuto, poi si asciugò le lacrime, prese la sua bicicletta e si avviò verso casa. Si fermò un attimo. « Grazie maestro! » disse, rivolgendosi all’albero e proseguì.

Il vento aveva ormai portato il temporale a scaricare la sua pioggia da un’altra parte e si sentiva solo qualche tuono in lontananza. Il tronco del cedro, però, era stranamente bagnato. Stava piangendo anche lui. x


"niente paura"


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