Fermiamo l’attenzione su queste parole. Il suo peccato, piccolo o grande, consapevole molto o poco, mi riguarda? Anche se non c’è stata offesa nei miei confronti il suo peccato riguarda anche me! Nella Comunione dei Santi, ogni azione di un membro della Chiesa influisce su tutti i membri della Chiesa.
Per questo le sofferenze dei Cristiani dell’India in questi giorni sottoposti a dura prova, riguarda anche me. Anzi la loro sofferenza forse è più utile a me di tante mie piccole e superficiali azioni, fatte magari senza offesa ad alcuno, ma anche senza entusiasmo … !
Il vangelo ci invita a perdonare, ma anche a richiamare chi è nel peccato e nell’errore, per avvicinarlo alla Misericordia di Dio.
Un aspetto particolare di questo nostro dovere di aiutare chi è nel “peccato” potrebbe trovare un’applicazione molto concreta se espressa in modo un po’ diverso.
Siamo tutti chiamati a riflettere sul dovere di aiutare chi è nell’ “errore”, chi è lontano dalla verità, chi ha perduto il contatto con la Comunità dei credenti (Parrocchia), e non riconosce più il dono di Cristo che ha ricevuto nel Battesimo e nei sacramenti ricevuti fino alla soglia dell’adolescenza.
La sensibilità, (per non dire ipersensibilità) della mentalità diffusa, non sopporta giudici o censori. Siamo tutti sospettosi nei confronti di che vorrebbe suggerirci idee, concetti, progetti culturali. Per diffidenza o per superficialità rifiutiamo chi si qualifica come “maestro”.
Allora il Cristiano più che mai è chiamato a pensare al proprio fratello, facendosi carico della missione di aiutare il fratello a riscoprire quei valori che dovrebbero essere il frutto maturo del germoglio di Fede depositato in noi dall’educazione dei primi anni di vita.
In questo contesto il proporre al proprio “fratello” in qualche modo legato a noi dalla cittadinanza, dalla parentela, dall’amicizia, dal lavoro, o da qualsiasi altra circostanza, è un dovere , senza del quale siamo responsabili del suo errore e della sua povertà spirituale e della sua tristezza morale.
Leggendo le parole di questo brano del Vangelo, ho sentito tutta la responsabilità che abbiamo noi preti a cui è stata affidata una comunità. Siamo tutti certamente invitati a richiamare ai doveri della giustizia, della lealtà, della solidarietà. Ma non siamo anche chiamati a scuotere dall’indifferenza nei confronti dei valori della Fede?
E quale occasione più opportuna di invitare i giovani che si avvicinano al matrimonio, ad una revisione profonda della loro Fede, anche per il dovere di carità di aiutarli a eludere i rischi di un matrimonio sacramento senza quella consapevolezza che lo rende efficace?
Mi sembra di poter affermare che ci potrebbe essere un equivoco nell’interpretazione di un principio teologico. L’azione del sacramento definita ex-opere operato, non è opera dell’uomo, né del ministro, né del fedele: è opera di Dio. Sappiamo che se il ministro cadesse in errore, nella sua funzione sacramentale, certamente l’azione di Dio e della Chiesa supplirebbe all’inefficienza del ministro.
Ma questo principio non si applica qualora fosse presente nel fedele carenza della Fede o incapacità di comprendere i valori per deficienza di preparazione: tutto questo renderebbe il sacramento inefficace.
Allora facciamoci una domanda: l’eventuale deficienza della Fede con la conseguenza dell’inefficacia dell’azione sacramentale per difetto di conoscenza, ricadrebbe sul ministro che non avesse svolto la sua missione “mistagogica”? Questa parola, significa la sua missione di guida, di accompagnamento catechistico, di assistenza spirituale e anche di richiamo ad una risposta di vita pratica coerente con le verità in cui si afferma di credere.
La prima lettura di questa 23a domenica presa dal profeta Ezechiele, esprime proprio questo principio. Il profeta si sente dire: “Se tu non avvisi il malvagio della sua condotta, egli morirà per il suo peccato; ma della sua morte chiederò conto a Te”.
Ora noi siamo chiamati ad un compito, anche se meno grave, molto simile. Siamo chiamati a scuotere le coscienze. Ma se noi, per paura, o per superficialità non aiutassimo i giovani fidanzati, a riflettere seriamente sul passo che stanno per compiere, … possiamo stare tranquilli ?
Di cosa hanno bisogno i giovani? Di legalizzare un menage già avviato, forse anche abbastanza lealmente sul piano psicologico, personale e civile? Ma possiamo dire ugualmente leale e consapevole anche sul piano religioso-sacramentale?
Forse c’è una consapevolezza umana e sociale del loro rapporto, ma c’è davvero quella consapevolezza che trasforma il sentimento e tutti gli altri elementi del rapporto umano, in un impegno d’amore perpetuo?
La revocabilità del vincolo coniugale, voluta come segno di civiltà nella nostra società laica, è giustificata dalla difficoltà di realizzare un amore reale e totale. Possiamo capire che chi non conosce l’opera e le promesse di Cristo sia incapace di proporsi un progetto così impegnativo.
Eppure nessuno si presenta, neppure nel celebrare un matrimonio civile, con la prospettiva di un matrimonio a termine.
Per il Cristiano il Sacramento è garanzia della riuscita? Oppure è lo strumento di azione di Dio per realizzare il progetto come Dio lo propone? Cioè il progetto espresso dalle parole della Sacra Bibbia: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola ? Così che non sono più due, ma una carne sola. [Gen2,24]: Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. [Mt. 19,6]. DGV

"niente paura"


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