Tra tutti i problemi attuali dei sacerdoti, sia in generale sia in particolare, si suole talvolta far entrare anche quello del celibato, cioè la legge ecclesiastica che vieta ai sacerdoti la vita coniugale. Per alcuni il celibato dei sacerdoti è un bene prezioso, per altri è un danno che dà origine ad altri problemi.
Per riflettere ulteriormente sulla questione ci vengono in aiuto un personaggio e un anniversario di tutto riguardo. Il personaggio è Papa Paolo VI e l’anniversario è il 50° dalla

pubblicazione dell’Enciclica Sacerdotalis cælibatus, il 24 giugno 1967. La questione del celibato dei sacerdoti era emersa come uno degli argomenti da trattare nel corso del Concilio Vaticano II. Il Papa Paolo VI preferì invece riservare a sé lo studio e la risposta riguardanti questa legge ecclesiastica, tipica della Chiesa latina. Con la pubblicazione dell’Enciclica fu in sostanza descritta e ribadita la dottrina tradizionale. Che cosa si dice in questo documento? Il Papa elenca le varie obiezioni, mosse dentro la Chiesa, alla legge del celibato ecclesiastico. Una di queste è che il Nuovo Testamento non esige il celibato dei ministri sacri. L’apostolo Pietro era sposato. Un’altra è che «Il mantenimento del celibato sacerdotale nella Chiesa arrecherebbe gravissimo danno là dove la scarsità numerica del clero, accoratamente riconosciuta e lamentata dallo stesso sacro Concilio, provoca situazioni drammatiche, ostacolando la piena realizzazione del piano divino di salvezza e mettendo a volte in pericolo la stessa possibilità del primo annunzio evangelico. La preoccupante rarefazione del clero, infatti, viene ascritta da alcuni alla pesantezza dell’obbligo del celibato». Perciò Paolo VI afferma: «Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell’unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana».
Il Papa espone poi le ragioni del sacro celibato illustrandone i significati cristologico, ecclesiologico ed escatologico. Sulla scarsità di sacerdoti il Pontefice afferma: «Non si può senza riserve credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l’esperienza contemporanea delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre al contrario. La causa della rarefazione delle vocazioni sacerdotali va ricercata altrove, principalmente, per esempio, nella perdita o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie, della stima per la Chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti, per cui il problema deve essere studiato nella sua vera radice». Merita un accenno a quanto il Santo Padre scrive sull’abbandono del ministero da parte di tanti sacerdoti: «A questo punto, il Nostro cuore si rivolge con paterno amore, con trepidazione e dolore grande a quegli infelici, ma sempre amatissimi e desideratissimi fratelli Nostri nel sacerdozio, i quali, mantenendo impresso nell’anima il carattere sacro conferito dall’ordinazione sacerdotale, furono disgraziatamente infedeli agli obblighi assunti al tempo della loro consacrazione sacerdotale. Il loro lacrimevole stato, e le conseguenze private e pubbliche che ne derivano, muovono alcuni a pensare se non sia proprio il celibato il responsabile in qualche modo di tali drammi e degli scandali che ne soffre il popolo di Dio. In realtà, la responsabilità ricade non sul sacro celibato in se stesso, ma su una valutazione a suo tempo non sempre sufficiente e prudente delle qualità del candidato al sacerdozio o sul modo col quale i sacri ministri vivono la loro totale consacrazione».
Infine Paolo VI raccomanda ai vescovi e ai fedeli di aver cura e attenzione verso i sacerdoti, di maturare una maggiore sensibilità nei loro confronti.
In un periodo storico e culturale, come quello in cui fu scritta l’enciclica Sacerdotalis cælibatus, segnato dalla famosa contestazione e da radicali cambiamenti, il documento ha certamente deluso molti, ma riguardava tuttavia un problema strettamente ecclesiastico. Tre mesi prima, il 26 marzo 1967, il Papa aveva pubblicato l’enciclica Populorum progressio, molto apprezzata e applaudita. Un anno dopo, il 25 luglio 1968, pubblicò la Humanæ vitæ, le cui reazioni furono talmente aspre e violente che Paolo VI, per il resto della sua vita, non pubblicò più alcuna enciclica.

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