Alberto Pierobon Missionario saveriano Testimoni Cittadella, Padova, 14 dicembre 1927 – Brasile, 1976 Milite di Cristo, martire d’Italia "Misteriosa morte in Brasile di un missionario saveriano". E' il titolo di un giornale italiano di metà settembre 1976.

Padre Alberto Pierobon, 48 anni, e' stato ritrovato in un bosco, ad oltre un mese dalla sua scomparsa: cadavere in decomposizione, testa e braccia staccate dal corpo. Non si sa, non si saprà mai chi l'ha ucciso e perché. Per qualcuno una banda di zingari, per altri un camionista incosciente. Per tutti, padre Alberto e' stato vittima del suo amore per i poveri di quell'immenso Paese-continente dov'era arrivato quindici anni prima. Grande famiglia quella dei Pierobon: il padre Giuseppe, la madre Maria Simeoni e otto figli. Sono di Cittadella, provincia di Padova, Veneto profondo. Alberto, il terzogenito, nasce il 14 dicembre 1927. Pare che in famiglia lo chiamino "il grillo", tanto e' vivace, veloce, irrequieto.

Dopo la quinta elementare vorrebbe andare dai Francescani di Lonigo, ma i genitori gli dicono di aspettare. Bel carattere, tanti amici, generosità concreta, fa l'animatore dei ragazzi all'oratorio e si iscrive ad un Istituto tecnico, per diventare perito meccanico.

Ma accade un fatto che gli cambierà la vita. Il 17 agosto 1944 i nazisti fucilano a Padova uno dei suoi fratelli, Luigi, ventiduenne, dirigente d'Azione Cattolica, comandante partigiano. Gli daranno la medaglia d'oro alla memoria. Luigi Accattoli nel suo libro Nuovi martiri - 393 storie cristiane nell'Italia di oggi (Edizioni San Paolo, 2000) pone Luigi Pierobon tra i martiri della dignità della persona umana e scrive: "Studente, milite di Cristo, martire d'Italia, lo descrive così l'epigrafe che lo ricorda nell'Istituto di storia antica dell'università' di Padova, dov'era iscritto quando viene fucilato per rappresaglia a Padova il 17 agosto 1944, a 22 anni. Era stato appena arrestato, in quanto comandante del Battaglione garibaldino Stella,sull'altipiano vicentino. Alla scelta partigiana era stato incoraggiato dallo zio sacerdote Giovanni Pierobon, nella cui casa era stato accolto venendo a Padova per l'Università'. Davanti al plotone d'esecuzione, chiede la fucilazione al petto che gli viene negata. Chiede anche di non essere bendato, ma non l'ottiene e incoraggia i compagni: Si muore per l'Italia! Su un foglietto passatogli dal prete che l'assiste nel momento della fucilazione, scrive questo saluto alla famiglia: A mamma e papà, nell'ultimo momento un bacio caro, tanto caro. Ho appena fatta la santa Comunione. Muoio tranquillo. Il Signore mi accolga tra i suoi in Cielo. E' l'unico augurio e il più bello che mi faccio.

Pregate per me. Saluto tutti i fratelli: Paolo, Giorgio, Fernanda, Giovanni, Alberto, Giuliana, Sandra, lo zio Giovanni, tutti gli zii e zie. Un bacio a tutti. Il padre qui presente, che mi assiste, vi ara i miei ultimi desideri. Un bacio caro. I desideri erano: la corona del rosario - che alzava con la destra al momento della fucilazione - alla mamma, l'orologio al fratello Alberto, le 5000 lire che possedeva ai poveri".


Il principio era il martirio

 Luigi Pierobon, martire della Resistenza, lascia un grande vuoto nella sua famiglia. Ma anche un'eredità preziosissima.

E Alberto, non ancora diciassettenne, decide che lo imiterà: per lui il sacrificio del fratello e' all'origine della sua vocazione missionaria. Infatti il 18 agosto 1946, a diciott'anni, chiede di diventare saveriano. Ha conosciuto i figli del Conforti a Cittadella e ne e' rimasto affascinato.

Scrive nella sua lettera: "Inoltro finalmente la domanda per l'ammissione al Noviziato. Il consenso dei miei e' venuto lentamente, per gradi, non completo ancora. Ancora ieri dicendomi di fare la domanda e riunire i documenti richiesti mi hanno ripetuto il monito di prima: Puoi rimandare la partenza, attendere per essere più sicuro di te. E allora di nuovo, in Dio, ho ripensato a lungo ed ho sentito sempre viva nell'anima l'esultante certezza della chiamata divina.

Son lontani ormai i giorni duri della prova, l'ansia del dubbio, l'incertezza tremenda. Con fiducia piena combatterò la mia ultima battaglia, da solo... no, e' con me il Signore, e' con me la Regina delle Missioni".

E il ricordo di Luigi lo accompagna, vivo e struggente. Scrive in una lettera del 19 giugno 1947: "Il cuore piange, vorrei dire più oggi che ieri perché ogni giorno che passa sente maggiormente la sua mancanza. A volte cerca ancora attorno per vedere se trova l'esempio del fratello da imitare, se trova colui che lo comprende, che senza offenderlo ed umiliarlo lo sa guidare e spingere in avanti". E ancora, in un'altra lettera, tre mesi dopo: "Gigetto ha avuto una parte grandissima, una influenza profonda sul mio spirito, con la sua morte quel virgulto di vita che aveva trapiantato in me ha cominciato a germogliare e a crescere rigoglioso. Mai l'ho sentito vicino come adesso, e perché in un certo qual modo possa unire e incarnare in me la sua personalità, nella formula della professione aggiungerò al mio nome anche il suo. Da oggi mi firmerò Alberto Luigi" (3 settembre 1947).


Tempo di grandi grazie

Entra in noviziato a San Pietro in Vincoli (Ravenna) il 1° settembre 1946 e pronuncia la professione religiosa un anno dopo, il 12 settembre 1947, prendendo anche il nome di Luigi, come promesso. Qualche settimana prima scrive al Superiore generale dei Saveriani: "Con animo esultante mi accingo a scriverle dopo l'undecimo mese del mio Noviziato.

La grazia del Signore e' scesa abbondantemente sul mio animo e l'ha trasformato, l'ha inebriato di cose sublimi, ha fatto sì che trovi la sua dimora ed una vera pace solamente in Cristo Gesù. Padre, non e' mia intenzione di esporle qui il lavoro fatto in questo tempo di grandi grazie, ma di dirle l'intimo mio bisogno di donarmi tutto, tutto a Lui, a Gesù.

L'animo mio oggi non e' ripieno che di amore, il mio cuore pulsa forte, molto forte sotto la pressione della carità di Cristo. Ed e' ancora questa carità che mi rende audace per chiederle di poter essere ammesso in questo Istituto. Sono pienamente consapevole della gravità di questa mia domanda che presento dopo lunghe riflessioni accompagnate da abbondante preghiera. Le finalità che l'Istituto si propone di raggiungere corrispondono perfettamente ai miei desideri.

Nelle sue regole trovo un validissimo aiuto per conseguire lo scopo della mia vita: la mia santificazione. Vedo però anche la mia impotenza per soddisfare ad un sì alto e nobile ufficio, portare Cristo alle anime; ma la mia fiducia non e' riposta nelle mie forze. Fin dal primo giorno in cui ho sentito chiaramente la chiamata di Dio mi sono messo interamente nelle mani della Mamma Celeste. Lei mi ha guidato, Lei mi ha sostenuto durante quest'anno, Lei indubbiamente mi sosterrà nell'avvenire" (5 agosto 1947).

E due mesi dopo la professione, al superiore che gli chiede le sue impressioni, scrive: "Si parla troppo, troppo, e di cose leggere, e la cappella e' troppo abbandonata. Chi sfrutta ogni occasione per entrarvi e fare una visita sono pochi e sempre gli stessi. Ci si limita troppo a ciò che e' strettamente di regola".

Non ha una grande salute, Alberto Pierobon, nonostante il fisico robusto. Negli anni di liceo lo operano di appendicite e di ulcera. E per tutta la vita sarà perseguitato da disturbi dell'apparato digerente. Ma non si arrenderà mai. Anche se i guai fisici gli procureranno molti problemi e molte pause forzate nella sua attività.


Debole in salute e... greco

Scrive il rettore dell'Istituto Saveriano di Desio dello studente Alberto Pierobon il 13 giugno 1950: "Pietà: ottima e sempre ben coltivata. Studio: non preparato in latino e greco, fu dispensato da quest'ultimo. I suoi studi furono assai irregolari a causa della salute. Il primo anno lo perse a causa di un'operazione di appendicite con seguito di grave esaurimento. Il secondo anno frequentò il primo corso liceale trascinandosi. Fu ammesso un mese prima agli esami e promosso anche in vista delle sue ottime qualità in ogni campo. A Natale di questo anno scolastico ha dovuto subire l'operazione di ulcera allo stomaco facendogli perdere prezioso tempo di scuola. Attualmente non si sente ancora bene e l'esito degli esami sarà un po' incerto. La sua applicazione, quando poté farlo, fu sempre degna della sua ferrea volontà. Intelligenza discreta. Disciplina: ubbidiente, pronto e fedele agli ordini, osservante delle regole, ardente ed entusiasta per la sua vocazione, generoso nel prestarsi, lavoratore instancabile. Ottimo soggetto. Appoggio molto volentieri la sua domanda per la professione perpetua".

E nella domanda Alberto Pierobon scrive: "Il triennio di professione temporanea che la Santa Chiesa impone a tutti i suoi figli che vogliono seguire la via dei consigli evangelici sta per finire. Innumerevoli posso dire sono le grazie e i beni che Iddio nella sua infinita misericordia mi ha elargito, più grandi di tutte le croci e le tribolazioni fisiche e spirituali. Di tutto ringrazio di gran cuore il Signore. La vita religiosa e soprattutto il sacerdozio brillano ai miei occhi di una luce nuova e vivissima, tanto che pazzia mi sembra l'aspirarvi basandomi solo sulle mie forze. Confidando quindi solo sulla misericordia di Dio che si compiace sempre di costruire sul nulla e desiderando ardentemente di mettermi in croce con Gesu' e d'immolarmi ogni giorno per la salvezza degli infedeli, faccio domanda di essere ammesso alla professione perpetua". Debole in latino e greco, ma con le idee ben chiare e una ferrea volontà, nella fiducia totale in Dio. Vuole immolarsi,il giovane Alberto Pierobon ventiduenne. Non sa che finirà proprio così, in croce con Gesu'.

Supera tutte le crisi fisiche e spirituali. Gli resta un problema che sottopone al Superiore generale: "Una prova mi e' fallita: speravo di poter fare a meno del fumo. In questi giorni mi sono impegnato seriamente, ma sono costretto a riprendere. Incominciavo a divenire nervoso, disturbi di stomaco per difficoltà di digestione, per cui ho rinunciato, riprendendo a ritirarmi per fumare. Perciò, padre, chiedo di rinnovare il permesso di poter fumare, conservando il numero solito: 5 al giorno. Mi perdoni questa miseria". Studi a Vicenza, Piacenza, professione perpetua e infine ordinazione sacerdotale il 4 giugno 1955. "Domani sono otto giorni che sono sacerdote - scrive al superiore - otto giorni nei quali non sono ancora riuscito a convincermi pienamente.

Mi sembra un sogno questa realtà. Le lacrime versate lungo il cammino di questi anni, quando mi vedevo sbarrata la via da mille ostacoli si sono trasformate in lacrime di gioia... Il sacerdozio ha gettato la sua luce anche sul passato, rendendo le mie difficoltà a proporzioni così misere che arrossisco di me stesso".


Ancora in seminario

Ma poi, per sei anni, niente missioni. Va in diverse case dell'Istituto Saveriano, ma sempre in Italia, occupandosi per lo più di questioni economiche e amministrative. Finché, arriva il giorno della partenza: 29 maggio 1961. Destinazione Brasile. Il 12 giugno scrive subito alla famiglia: "Il primo incontro con la terra di missione non e' avvenuto senza una stretta al cuore; sono arrivato nella patria dei miei sogni, tanto desiderata". E al Superiore generale confida: "L'unico elemento negativo, se può essere tale, e' un profondo dolore e scoramento per non poter giungere ovunque e dare quello che chiedono: un aiuto spirituale adeguato. La parola pazienza l'ho sentita da tutti e questo mentre mi fa partecipare alla loro sofferenza nel constatare il limite delle proprie possibilità mi spinge a far presto per essere loro d'aiuto".

La sua sede e' nello stato del Paranà, Brasile del sud, diocesi di Londrina. Spiega Pier Michele Girola su Famiglia Cristiana: "Oltre che un buon sacerdote e' un ottimo tecnico. La missione ha bisogno di tutto, a lui vengono affidati i compiti di organizzazione dei lavori. In due anni tante opere sono completate, ma soprattutto e' finito il seminario per le vocazioni adulte, che stava a cuore ai missionari".

Non e' ancora questa la missione che padre Alberto sogna: ma c'e' bisogno di lui lì, adesso. I saveriani ritenevano maturo il tempo di lanciare verso la missione "ad gentes" la chiesa del Brasile, per questo fondano un seminario per le missioni. Solo nel 1979 i vescovi dell'America Latina diranno che e' giunto il tempo di "donare la ricchezza della nostra fede con cui Dio ci ha benedetti a partire dalla nostra povertà". E in quest'opera si impegna a fondo, senza riserve e senza risparmio. Lo nominano economo del nuovo seminario. A casa manda a dire: "Il compito e' difficile perché sono nuovo dell'ambiente: 70 apostolini sono già presenti. Comunque vita allegra, serena, gioia piena, nella certezza di lavorare per il migliore degli ideali". Siamo nel 1962, padre Alberto Pierobon ha 35 anni, un fisico robusto nonostante i malanni, una gran voglia di portare il Vangelo a tutti i poveri. Ma adesso il suo compito e' un altro e lo assolve con lo stesso impegno, certo di combattere, comunque, la buona battaglia della fede. Altra lettera a casa: "Il mio lavoro va come vuole, a volte bene, altre male; ma si va avanti. La vita dell'economo e' fatta così; morto e' chi si demoralizza, che abbandona la lotta e incrocia le mani. Sto facendo una cerchia di conoscenze e di amici, bisogna muoversi, correre, andarli a trovare, chiacchierare, ascoltarli".

Ecco come intende la vita del missionario: andare, correre, ascoltare, non arrendersi ne' abbandonare la lotta. Tutti verbi impegnativi. Tante lettere di padre Alberto iniziano con il motto Caritas Christi urget nos, l'amore di Dio ci spinge, le parole scelte da san Giuseppe Benedetto Cottolengo come programma della sua opera torinese. Lo stesso che il beato Guido Maria Conforti metterà nello stemma della sua famiglia missionaria. Sì, l'amore di Dio spinge anche lui, all'altro capo del mondo. E' sempre lo stesso mandato di Gesu' agli apostoli: "Andate, predicate,battezzate in tutta la terra". Altri verbi pesanti, da prendere sul serio.

Anche quando e' più faticoso, anche quando si fanno cose che non si vorrebbe fare. L'amore di Dio spinge il missionario Alberto Pierobon a maneggiare conti, ricevute, denaro. Ne soffre dapprincipio, ma poi e' contento lo stesso e lo scrive ai suoi cari il 4 giugno 1963: "Nel giorno del mio anniversario di Messa non posso passare in silenzio la mia gioia, felicità, serenità. Sono felice, pienamente felice, nonostante il lavoro, le preoccupazioni, le responsabilità che di giorno in giorno aumentano". E spiega ancora il 7 novembre: "Ho trovato finalmente la possibilità di essere felice nonostante l'economia, cosa mai desiderata e che mi e' sempre capitata sulle spalle: era questo che mi ha fatto soffrire; ho passato mesi di angoscia perché non riuscivo a trovare la via per mettere insieme economia e vita apostolica. Ora sono riuscito, in armonia e secondo il desiderio dei Superiori".


Finalmente!

In quel 1963 e' cambiato il Papa: in giugno e' morto Giovanni XXIII, il bergamasco Angelo Giuseppe Roncalli, ucciso da un tumore; nei panni di Pietro adesso c'e' il bresciano Giovanni Battista Montini, Paolo VI, che decide subito di continuare e portare a compimento il Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto e iniziato dal predecessore per spalancare porte e finestre della Chiesa sul mondo contemporaneo. Il 22 novembre e' stato assassinato il Presidente degli Stati Uniti, il cattolico John Fitzgerald Kennedy. E nel lontano Vietnam si comincia a combattere una guerra, inutile come tutte le guerre, che fino al 1971 dividerà e farà inorridire il mondo.

Finalmente nell'agosto del '64 padre Alberto Pierobon va in prima linea. Il vescovo saveriano monsignor Giovanni Gazza, che lo ha già apprezzato nei suoi primi anni brasiliani, nominato prelato di Abaete', stato del Parà, Amazzonia, nord del Brasile, lo chiama con sé. "C'era tutto da fare - dirà monsignor Gazza - e padre Pierobon si impegnò a fondo nella organizzazione. Era un uomo silenzioso, ma irruente, pieno di iniziative e di slanci". L'amore di Dio lo spinge, anche nella sconfinata Amazzonia. Anche nei nuovi compiti che gli vengono affidati: costruire scuole, chiese, ospedale, casa per i missionari, cappelle lungo il gigantesco Rio delle Amazzoni. Scrive a casa: "Durante la settimana sono motorista, caricatore di travi di legno in mezzo al bosco, controllore, idraulico, muratore ecc. La domenica prete".

Visita la parrocchia di Acarà e al ritorno confida ai familiari in un'altra lettera: "Ed ora sono tornato ai miei lavori con una nostalgia maggiore di poter andare tra gli Indios, lasciare finalmente mattoni, cemento ecc.; ma sembra che le cose vadano proprio al contrario. Pazienza. Andiamo per il cammino che Dio vuole". Ed ecco che Dio lo chiama finalmente lì, nella parrocchia di Acarà che il vescovo gli affida: e' grande 12.000 chilometri quadrati, quasi come l'intero Veneto.

Si sente davvero in missione, adesso, anche se non potrà posare mattoni e cemento, perché c'e' bisogno di costruire ancora. C'e' abituato e non si spaventa. Intanto monsignor Gazza torna in Italia perché e' stato eletto Superiore generale dei Saveriani. Lui resta lì nella giungla, tra quei poveri che ormai sono la sua famiglia, la sua missione, la sua Chiesa. Il clima e' pessimo, e ogni tanto deve cambiare aria, tornare al sud, dove si sta meglio, per curare i soliti malanni.


Minacce e perdono

E' di questi tempi un episodio simpatico e curioso diventato celebre in tutto il Parà. Un giorno padre Alberto, mentre sta costruendo una scuola, si ritrova a corto di legna. Va in cerca di qualche soluzione. Incontra un gruppo di uomini. Gli dicono: "Padre, ci trovi un lavoro, non abbiamo niente da fare". E lui: "Ho bisogno di legna, devo tagliare qualche albero e farne delle assi". Rispondono: "Va bene, però non abbiamo la sega". Padre Alberto corre a comprarne una bella, grande. Passerà qualche giorno dopo a ritirare la legna. Ma non troverà nessuno: gli dicono che quegli uomini hanno venduto la sega e si sono spartiti il denaro. Ricorda monsignor Gazza: "Padre Alberto andò su tutte le furie. A sentirlo avrebbe commesso una strage, prometteva botte terribili. Era fatto così: silenzioso, buono e umile, ma guai alle ingiustizie ed alle truffe! Non le sopportava. Comunque, conoscendo il suo carattere, sapevamo benissimo che non sarebbe successo nulla".

Qualche giorno dopo il padre incontra per caso uno di quegli uomini. Fa per assalirlo, ma quello piagnucola: "Padre, e' appena morto mio papà. Non abbiamo nemmeno i soldi per vestirlo, comprare una bara e seppellirlo". E lui subito si commuove, lo abbraccia, lo consola e gli dà i soldi che ha in tasca. Ma un giorno padre Alberto incontra il papà di quell'uomo, vivo e in buona salute, ignaro di tutto. Conclude monsignor Gazza: "Altre sfuriate ed altre minacce. Come finì? Come tutti pensavano, conoscendo l'uomo. I truffatori furono perdonati e la sega ricomprata al doppio del prezzo da chi l'aveva acquistata, perché ce n'era davvero bisogno.

La storia fece il giro dello Stato. Benchè avesse risvolti umoristici, la gente la raccontava con rispetto per la bontà d'animo di padre Alberto". Per motivi di salute nel 1968 il missionario deve tornare a casa, in Italia. Ha bisogno di riposo e di aria buona. Racconta il fratello Giorgio: "Arrivò a Cittadella senza nemmeno una valigia ne' un oggetto personale. Aveva impegnato tutto per i suoi poveri; gli rimaneva l'abito che indossava". E' l'ultimo incontro con il suo papà. Tornato in Brasile, qualche mese dopo riceve la notizia della sua morte e scrive a casa: "Padre Terzoni mi ha presentato il telegramma che annunciava la triste realtà e grandiosa realtà. Papà e' in cielo. Dirvi che cosa ho provato e' impossibile, anche gioia, pensando Papà nella felicità eterna".


Ritorni forzati

Altro ritorno forzato in Italia nel 1973. Una notte l'amaca su cui dorme si rompe, lui cade a terra battendo la schiena, la colonna vertebrale si incrina. Viene quindi a farsi operare.

Ma torna presto in Brasile. E in quell'estate riceve laggiù la visita del fratello Giorgio e della sorella Sandra. Dice Giorgio Pierobon: "Di quell'esperienza conservo ricordi indimenticabili. Mi colpì soprattutto la simpatia che Alberto suscitava nei bambini: dovunque andasse, gli facevano capannello intorno; li aveva vicini anche all'altare. Mi impressionò la sua resistenza a tante fatiche, la sua vita di stenti. Povero Alberto! Doveva essersi ben rafforzato il suo stomaco, che un tempo soffriva di ulcera! La fede di mio fratello era incrollabile, in tanti anni di missione non ha avuto una parola di sconforto, un momento di crisi. Il suo altruismo era integrale, la forza di volontà assoluta. Parlava sempre con entusiasmo della conversione dei suoi indios, era riconoscente a quella povera gente che chiedeva umilmente aiuto, tanto generosa nella miseria. Certo, come lui stesso mi scrisse nella prima lettera, l'adattamento fu faticoso".

Giorgio ritorna presto in Italia, padre Alberto non sta bene e i superiori lo rimandano nel sud dove il clima e' migliore. Ad Acarà resta soltanto la sorella Sandra. E vi resterà per sempre. Il 22 ottobre 1973 muore laggiù in un incidente stradale. Ecco come lo racconterà Famiglia Cristiana: "Alessandra Pierobon, 49 anni, da poco tempo vedova, professoressa di matematica, viaggia su una corriera da Acarà a Bele'm, nello stato brasiliano del Parà, in piena Amazzonia. In una curva, ingannato dalle insidie di una strada che più che altro e' un sentiero mal disegnato tra boschi e paludi, l'autista perde il controllo dell'autobus, che finisce nel fiume Capim. Alessandra muore annegata con altri sette passeggeri. Stava rientrando in Italia per riprendere il suo posto a scuola, dopo aver trascorso l'estate a lavorare in missione".


Il martirio di Sandra

Da tempo Sandra Pierobon aiutava il fratello missionario dall'Italia. Finché va in Brasile a spendere i quattro mesi di vacanza a fianco dei suoi poveri. Ha voluto vedere di persona, toccare con mano, condividere. A prezzo della vita.

Racconta monsignor Frosi, testimone degli ultimi suoi giorni: "Dopo aver perso il battello a motore che l'avrebbe condotta a Bele'm, i padri insistettero perché viaggiasse il giorno dopo con un piccolo aereo, ma Sandra rispose: Desidero viaggiare come viaggiano i nostri poveri; ciò che risparmio sia per loro. Quando dopo 32 ore si riuscì finalmente a ritirare la salma dal fiume, la vidi con la faccia voltata verso terra, quasi in atto di baciare questa terra e questo popolo per il quale aveva offerto la sua vita. Nessuno di noi, infatti, dubita che Sandra, dopo aver aiutato in tanti modi questa nostra missione, abbia offerto al Signore il dono della sua vita. Varie volte ci aveva detto: Io sono disponibile.

Sandra completò la sua missione e da Acarà e' andata in Paradiso, dove la Casa del Signore e' anche la casa di Sandra. Il popolo semplice e povero di Acarà sostò in preghiera per varie ore nella bella chiesa parrocchiale dinanzi alla salma di Sandra, quest'animabella che aveva lasciato loro tanti esempi di fede, di bontà e di serenità. Durante la messa del funerale, al momento della preghiera dei fedeli, vari hanno voluto manifestare i loro sentimenti in un ambiente di profonda emozione. Alle sei, al tramonto del sole, iniziò la processione al cimitero, su una piccola collina, tra giganteschi castagneti e palme solenni di questa immensa Amazzonia. Così Sandra riposa vicino ai suoi poveri e come loro, in un gesto di profonda solidarietà umana e cristiana". Sandra, dopo Luigi.

Un nuovo martirio, un nuovo dolore per padre Alberto.

Piange la sorella amatissima, scrive che "la tragedia avrà ripercussioni per tutta la mia vita". E a monsignor Gazza racconta l'accaduto in una lettera del 20 gennaio 1974: "I fatti che hanno portato a termine un disegno di Dio sono molto semplici. Sandra era venuta in Brasile per vedere e per sentirsi missionaria nel senso più profondo della parola.

E' arrivata improvvisamente, stavo lavorando nella costruzione della chiesa del Guamà e me la sono trovata là assieme a padre Terzoni. Voleva vivere con me un po' di tempo, ma subito e' avvenuta la separazione.

La mia malattia mi ha obbligato a partire per Curitiba, ho fatto il check-up, hanno riscontrato una forte forma di ipertiroidismo. Lei mi ha accompagnato in questo viaggio, ha visitato le nostre opere nel sud, poi e' ripartita per Acarà, che chiamava la mia casa. Era a disposizione della parrocchia, dei poveri, si era perfettamente inserita nella comunità, era felice. Aveva deciso di essere in Italia per il giorno dei morti e aveva preparato tutto per il viaggio. Il battello di linea per Bele'm aveva diverse ore di ritardo, come si faceva sempre, padre Gino incaricò qualcuno di avvisare quando arrivava. Per il mancato avviso, ha perso il battello. Padre Gino voleva a tutti i costi che prendesse l'aereo, ma lei non ha voluto perché costava soldi preziosi, quando poteva andare in autobus. E' partita verso le tre del mattino, prendendo posto dietro al guidatore. Un po' per la solita eccessiva velocità, un po' perché l'autista era drogato dopo una notte di bagordi, l'autobus e' finito nel rio Capim: andava talmente forte che e' entrato nell'acqua per più di 20 metri. Era stato avvisato per tre volte di rallentare in prossimità del fiume, ma non ha ascoltato nessuno.

Nell'impatto con l'acqua, Sandra ha battuto violentemente il mento contro la barra di separazione dall'autista. SuorMiriam mi assicura che e' morta sul colpo, non per asfissia. Sandra e' stata ricuperata per l'eroismo di padre Pansa. Lui ha trovato l'autobus, lui l'ha legato ed estratto. L'eroismo di padre Angelo, la carità squisita di mons. Angelo Frosi, Terzoni, Villa e tutti i confratelli, la partecipazione commossa di tutta Acarà sono state le note fondamentali di quei giorni terribili. Ho avuto un collasso terribile, conseguenza della mia malattia e di certi fatti avvenuti che e' meglio lasciare sepolti. Ho impiegato circa venti giorni per ritrovare la serenità e la pace.

Ero completamente smarrito, distrutto nel mio mondo affettivo. La morte violenta di Sandra per colpa di un incosciente, la mia malattia, la quasi certezza di una separazione dalla mia gente, la mia Acarà. Sono i piani misteriosi di Dio. Ora sono a Curitiba, sereno, quasi allegro, a disposizione dei superiori. Il 15 gennaio ho fatto il terzo esame e sono clinicamente guarito. Il medico esclude la possibilità di un mio ritorno in Parà. Ritengo che questa sia la volontà di Dio. Mi costa terribilmente solo il pensare di non potermi più dedicare alla mia gente, ma sono ugualmente convinto che lavorare qui o là e' la stessa cosa.

L'essenza della nostra vocazione e' la donazione di sé per la causa di Dio. Questo pensiero ha il predominio sui sentimenti e mi e' fonte di pace e di energie per continuare a donarmi.

Grazie padre del suo ricordo, del desiderio di consolare la mia vecchia madre".


Avanti, riprendere la strada

Questa lunga e meticolosa relazione assumerà, per monsignor Gazza, il senso di una sorta di testamento spirituale di padre Alberto: quando scrive mancano due anni e mezzo alla sua stessa morte. In un'altra lettera a un confratello aggiunge che "il cielo ritornerà sereno, non accetto la sconfitta spirituale e fisica. Sento che posso reagire e fare ancora qualche cosa". Informa i familiari che ha visitato il luogo della sepoltura di Sandra: "Volevo vedere da solo com'era la tomba. Mi sono seduto davanti alla piccola croce di legno. E' caduta la prima lacrima e subito mi sono sentito rimproverare con queste parole: Che fai seduto con quella faccia da stupido? Muoviti! Io sono in pace. Io ce l'ho fatta, tu guarda in alto".

Già, adesso tocca ancora a lui. Rialzarsi e riprendere la strada, più solo, più stanco, più malato. Ha soltanto 46 anni ma fatiche e dolori si fanno sentire. Resta nel sud del Brasile, gli affidano la vastissima parrocchia di Moreira Salles, nello stato del Paranà. Si rimette al lavoro, e' di nuovo a fianco dei poveri che gli vogliono subito bene.

Preghiera e azione, fede e opere. Continua a sporcarsi le mani con quella gente, perché sa che gli affamati "non possono essere cristiani perché non sono uomini liberi: bisogna fare l'uomo, poi il cristiano". Un'idea moderna della missione, niente proselitismo ma condivisione,promozione umana, come vuole la Chiesa post-conciliare. Diventa parroco di Moreira Salles il 26 maggio 1974: mattina in parrocchia, pomeriggio in giro per le cappelle della periferia.

Un gran lavoro, eppure scrive alla famiglia che "non c'e' uomo più felice di me, quando mi metto per quelle strade tutte buche e polvere; ma si va e la felicità che porta il mio arrivo mi paga bene delle difficoltà superate".

Altre lettere ai familiari ci permettono di mettere a fuoco lo stile missionario di padre Alberto Pierobon. Eccone alcuni stralci: "Il buon Dio mi aiuterà, l'idea di essere solo uno strumento non mi abbandona mai, quindi avanti, avanti, anche se guardando le cose umanamente ci sarebbe non solo da scoraggiarsi, ma da scappare". "Preghiamo, amiamo: questo e' importante e credo che l'offrire il tormento di non poter arrivare ovunque sia meritorio e fruttuoso per queste anime". "Veramente qui mi sentono uno di loro. Anzi pensano e sentono che li amo: verità questa immensamente confortante e impegnativa".

"Ma quante sorde battaglie devo sostenere per difendere i minimi diritti di questa gente abbandonata, schiava di una minoranza! La mia posizione e' di indipendenza dalle autorità. Aiutare i miei uomini in tutto cio' che e' buono, sostenerli il più possibile, guidarli con qualche idea buona se riesco, ma libero di rinfacciare loro la propria responsabilità". "Quanti desideri passano per la mia anima e devo lasciarli solo desideri per essere fedele alla volontà di Dio che vuole quello che Lui vuole e non quello che noi vogliamo: il problema sta tutto qui. Se ci crediamo, si sente, ma non si può perdere la pace, la serenità:e se perdiamo queste caratteristiche e' segno che la nostra fede e' imperfetta". "L'unico linguaggio che possono capire e' la carità vera e disinteressata; solo questa apre le strade alla grazia. Le belle parole lasciano il tempo che trovano; i fatti restano". Fatti, non parole. E' il motto di padre Alberto.

Tuttavia la salute e' quella che e'.

Deve tornare di nuovo in Italia per un po' di riposo, dall'ottobre del 1975 al febbraio 1976. L'ultimo ritorno, perché gli restano pochi mesi di vita. C'e' ancora la vecchia mamma, i fratelli superstiti. Si riprende un poco e riparte per Moreira Salles. Dove torna subito al suo posto in mezzo ai poveri, sempre più stanco, sempre più malandato nel fisico.

Forse non e' del tutto guarito ma non c'e' tempo, non ha tempo per sé, deve lavorare con la sua gente, quello e' lo scopo, quello il desiderio, quella la via per la santità cui aspira.


Sul Morro dos Maristas

E arriviamo al tragico luglio 1976, quando si compie anche il martirio di Alberto, dopo quelli di Luigi e Sandra Pierobon. E' tornato a Moreira Salles, ma il 26 parte per Curitiba dove si tiene l'assemblea semestrale dei Saveriani del Brasile. Il 27 - e da qui in avanti ci serviremo delle notizie contenute nella relazione del superiore provinciale padre Carlo Coruzzi al Superiore generale padre Gazza -verso sera padre Alberto e' colto da una grave crisi, con tensione, febbre e tremore.

Viene curato ma passa una notte agitata. Il giorno seguente va dal medico che gli prescrive una cura abbastanza efficace ed alcuni esami.

Il 29 luglio sembra tutto passato, ma torna dal medico per qualche ulteriore controllo. Quella notte, però, e' tormentato da incubi, i confratelli vicini di camera accorrono, spiega loro che ha sognato "persone sconosciute che mi vogliono fare del male e altre mi deridono e io non riesco a difendermi".

Sente un presagio di morte. Il mattino dopo si fa portare nella casa saveriana di Vista Alegre. Chiama padre Coruzzi: vuole fare una confessione pubblica davanti ai confratelli per spiegare quel sogno terribile. Il provinciale lo dissuade, poi tornano a Curitiba con altri padri, superando pure un piccolo incidente automobilistico. Finita l'assemblea, gli chiedono di restare ancora un po' per riposare e attendere l'esito degli esami medici. Lui accetta: tornerà a Moreira Salles qualche giorno dopo sull'automobile di un suo parrocchiano. La notte del 30 luglio tornano gli incubi, alcuni padri gli fanno compagnia fino al mattino. Verso le 14 del 31 luglio esce dalla sua camera, lo vedono passeggiare tranquillo su una strada di campagna, in maniche di camicia e senza i suoi occhiali, come se fosse uscito a prendere un po' d'aria.

Da quel momento scompare. I confratelli lo cercano, avvisano la polizia, interrogano il medico che lo ha curato, avvertono i superiori e i familiari, chiedono anche l'aiuto di una radio molto ascoltata in quella parte del Brasile. Non riescono a capire perché padre Alberto se ne sia andato via così: senza occhiali, giubbotto (fa molto freddo in quel periodo), borsa. Passano giorni, settimane, mesi. Finché - racconta padre Coruzzi - "il 9 settembre 1976 la polizia di Almirante Tamandare', Municipio distante 15 chilometri da Curitiba, viene informata da un cacciatore che sul colle conosciuto come Morro dos Maristas c'e' il corpo di una persona, in avanzato stato di decomposizione. Il giorno dopo verso le 7,30 un parrocchiano di Vista Alegre avvisa i Saveriani che padre Alberto e' stato ritrovato. Ha sentito la notizia dalla radio. I padri sul momento trovano la notizia molto strana, in quanto la polizia non si era ancora fatta viva. Tuttavia si recano all'obitorio e solo in quel momento vengono informati del ritrovamento. Il corpo e' irriconoscibile. Solo i documenti attestano che si tratta di un padre. Due studenti chiedono di poterlo vedere, gli viene concesso, ma non lo riconoscono. Alle 13,30 arrivo in aereo da San Paolo. Chiedo ai medici di poter vedere il corpo.

Esaminiamo gli indumenti e non rimane più alcun dubbio.

Pantaloni, calze, camicia, scarpe sono di padre Alberto. Il resto e' realmente impossibile riconoscerlo. Il cranio poi appare stranamente pulito. Il medico più tardi ci informa della mancanza delle mani e di molti altri particolari.

Cerchiamo di contestare tutte le ipotesi assurde che gli esperti avanzano, ma le prove dei fatti ci inducono ad accettare la tesi dell'assassinio".


A testa bassa, contro l’ingiustizia

Chissà cos'e' accaduto a padre Alberto Pierobon. Assassinato da chi e perché? Tutti amavano padre Alberto: chi l'ha ammazzato?, titola il settimanale Oggi in Italia. Stesso inquietante interrogativo sui giornali del Brasile che danno molto spazio alla notizia. Famiglia Cristiana dedica alla vicenda un lungo servizio dal titolo Gli fucilano un fratello, risponde facendosi prete. C'e' la storia di padre Alberto e della sua famiglia, il martirio di Luigi e Sandra. E il suo.

Ecco la conclusione: "Padre Pierobon nel sud del Brasile, a Moreira Salles, e' responsabile di una parrocchia enorme, dove per visitare tutti occorrerebbe poter disporre di un aereo. Con la schiena dolorante e lo stomaco sempre in crisi, lavora senza soste. La zona e' una di quelle destinate dal governo brasiliano ad un frenetico sviluppo. Sulle strade e' un continuo via vai di camion che raggiungono le vicine foreste dove gli alberi vengono abbattuti per far posto a industrie e fattorie. I problemi sono tanti. Padre Alberto affronta gli ostacoli a testa bassa, come sempre. E così, quando un parrocchiano gli scrive una lettera chiedendogli di intervenire perché una tribu' di zingari la smetta di compierefurti nella zona, il parroco reagisce alla sua maniera: parte. Eppure da qualche giorno le sue condizioni di salute sono peggiorate. Non riesce quasi a buttar giu' cibo, beve soltanto molti caffe'. E' il 31 luglio, e' inverno, fa freddo: non tornerà più. Secondo la polizia brasiliana affronta gli zingari e viene ucciso. Monsignor Gazza ammette che questa versione e' la più attendibile: L'autopsia, infatti, ha dimostrato che la testa e le mani erano staccate dal corpo. Pero' aveva addosso tutti i soldi con i quali era partito. Se gli zingari, come sembra certo, hanno deciso di ucciderlo, come mai non l'hanno rapinato? C'era anche l'ipotesi dell'incidente stradale. In questo sterminato Paese e' molto comune, purtroppo, che un camionista, investita una persona, la scaraventi nel bosco lungo la strada, per non aver grane. Potrebbe essere andata così. Noi, veramente, eravamo propensi per la tesi del malore. Ultimamente padre Alberto non stava bene, era prostrato dalla fatica, dai dolori allo stomaco, anche dai ricordi della sorella morta in missione. Poteva essere svenuto per strada e poi morto o per collasso o per assideramento. Purtroppo la versione ufficiale e' più crudele. In ogni caso ha finito la sua vita come voleva: in piena azione per aiutare il prossimo, senza rancori ne' paura di morire". Le autorità consegnano il corpo martoriato ai Saveriani. Viene portato nella chiesa di Vista Alegre e lì vegliato tutta la notte dai confratelli, dalle suore, dagli studenti. Il mattino dopo si celebra una messa, poi i resti mortali di padre Alberto Pierobon partono per l'ultimo viaggio, destinazione: la sua parrocchia di Moreira Salles.


 Lasciamo nuovamente la parola al superiore provinciale dei Saveriani del Brasile, padre Carlo Coruzzi: "Alle 19 circa dell'11 settembre arriviamo nei pressi di Moreira Salles. Un corteo enorme di macchine e camion ci attende da quasi quattro ore. Ormai e' notte e comincia a piovere ma lagente non si scoraggia. La popolazione e' tutta riversata sulla strada: chiedono insistentemente di poter vedere il padre o almeno di concedergli l'ultimo viaggio per le strade della cittadina. La fede e la bontà di quella gente ci commuove.

Arriviamo a Moreira Salles verso le 20. La piazza della chiesa e' gremitissima di gente di ogni età e condizione. Sono venuti da tutte le parti per poter rivedere il loro Vicario. Al nostro arrivo un forte acquazzone ci dà il benvenuto, ma nessuno si scompone. Tutti chiedono che venga aperta la cassa perché vogliono vedere ancora una volta padre Alberto. Diciamo che la polizia ha voluto che fosse chiuso ermeticamente a causa del trasporto ma non c'e' modo di convincerli. Loro sono abituati a vederlo, a contemplarlo, a toccarlo il morto e non a immaginarlo".

Il giorno dopo, 12 settembre 1976, il funerale. "Alle 9 santa messa concelebrata, presieduta dal vicario generale di Campo Mourao, in rappresentanza del vescovo, assente dalla diocesi. Sono presenti una ventina di concelebranti. La chiesa e' gremitissima di gente, moltissimi seguono da fuori attraverso l'altoparlante. Verso le 10,30 il corteo si avvia al cimitero. La commozione e' generale. Arrivati al camposanto, impartita l'ultima benedizione, la gente chiede di poter passare in fila a despedirse (accomiatarsi) dal Vicario. E' una scena di pietà indescrivibile. Bambini, giovani, adulti, vecchi, tutti commentano allo stesso modo: un padre così non lo troveremo più, era veramente un pai (papà) per tutti, il bene che ha fatto a ognuno di noi e alla parrocchia e' incalcolabile, eravamo tutti divisi e padre Alberto con il jeitao (stile) suo caratteristico ci ha uniti, ha fatto di tutti noi una famiglia. Credo che in quelle parole, pronunciate a singhiozzo tra una lacrima e l'altra, ci sia molto di vero.

Forse la sua missione era stata compiuta. Forse il Signore, vedendo tutto questo, ha permesso di sigillare l'opera con il martirio, affinché nessuno avesse a dubitare dell'onestà del suo zelo".


Luigi, Sandra e Alberto, insieme

Così padre Alberto Pierobon, a 48 anni, di cui 15 spesi per i poveri del Brasile, ha seguito il fratello Luigi e la sorella Sandra nella morte tragica, violenta, assurda. Nel martirio. A Cittadella, provincia di Padova, Veneto profondo, restano la vecchia mamma ottantasettenne e cinque fratelli a piangere, per la terza volta, e a chiedersi perché. Padre Alberto e Sandra sono sepolti nel lontanissimo Brasile, la loro madre non potrà mai inginocchiarsi sulle loro tombe. Ma restano vivi, perché i martiri non muoiono mai. C'e' sempre qualcuno che porta un fiore sulla loro sepoltura. C'e' sempre una preghiera, c'e' sempre chi ne segue l'esempio. I tre Pierobon sono proprio così. Vivi. Perche' hanno messo in conto la morte, per fedeltà alla loro fede. E non si sono mai tirati indietro. Sono andati fino in fondo.


C’è qualcuno che partecipa agli utili!

Il 27 settembre 1976 il provinciale del Brasile padre Coruzzi può inviare una relazione ufficiale al padre generale Giovanni Gazza. "Eccomi finalmente con qualche notizia più precisa e dettagliata sulla tragica scomparsa del nostro carissimo e indimenticabile confratello padre Alberto Pierobon. Ho atteso fino ad ora con la speranza di poter allegare, oltre ai ritagli di giornale che riportano più o meno esattamente e responsabilmente la notizia e le ipotesi della morte, anche il laudo (reperto) della polizia scientifica di Curitiba alla quale era stato demandato il caso. Ma finora non e' stato possibile ottenerlo. Hanno garantito che sarà pronto per la fine del mese. Posso tuttavia anticiparle, per aver visto di prima mano il documento che sarà emesso assieme alle fotografie scattate sul luogo dove e' stato trovato il corpo in stato di avanzata decomposizione, che si tratta, senza alcun dubbio, di un crimine perpetrato a sangue freddo. "Le cause, per il momento, tanto per noi quanto per la polizia, rimangono ignote. Dalle indagini fatte,sembra prendere sempre più consistenza l'ipotesi di una vendetta operata o commissionata da un gruppo di zingari che da più di un mese lavoravano nella parrocchia di Moreira Salles, dove padre Alberto, coadiuvato ultimamente da padre Romeo Brotto, svolgeva da circa due anni il suo apostolato con la mansione di Vigario. Questa congettura e', per ora, la più accettabile perché ha in suo favore la prova di una lettera che la polizia ha trovato nel portafoglio di padre Alberto, assieme ai documenti personali, ai soldi (1.498 cruzeiros) e altre annotazioni personali di nessun valore. La lettera tratta del problema degli zingari: porta la data del 23 giugno 1976, ha la firma e l'indirizzo di una persona di Cascavel, città distante da Moreira Salles circa 120 chilometri. Questa persona chiede insistentemente l'intervento di padre Alberto al fine di finirla con quei lestofanti di zingari che, a suo giudizio, stavano mettendo a soqquadro tutte le famiglie della parrocchia; approfittando della buona fede del popolo, rubavano oggetti, soldi e persino automobili. Questa persona era già rimasta vittima di questa banda ma le autorità non si scomodavano. Nella lettera infine si chiedeva a padre Alberto il suo diretto e personale interessamento, in caso contrario nessuno avrebbe fatto niente, essendo comprovato che il delegato della polizia locale, a cui spetterebbe risolvere questo problema, era un compartecipante agli utili. Varie accuse contenute nella lettera sono state realmente anche da noi comprovate. Si sa anche, per certo, che padre Alberto, dopo aver ricevuto la lettera, ha trattato della questione con varie persone di fiducia e avrebbe fatto sapere, senza mezzi termini, che qualora il delegato della polizia locale non avesse preso immediatamente le dovute misure contro gli zingari, lui avrebbe portato la questione a Curitiba, ma i suoi passi potevano compromettere seriamente la posizione del delegato. Che cosa il delegato abbia deciso di fare non si sa.

Sta di fatto che, un giorno o due al massimo prima che i padri lasciassero Moreira Salles per recarsi a Curitiba, gli zingari sono scomparsi dalla parrocchia. Dopo qualche settimana, cioe' durante il periodo che padre Alberto era scomparso, anche il delegato della polizia locale venne trasferito. Coincidenze? Trama di sequestro? Vendetta? E' difficile definirlo, soprattutto perché molti hanno paura di testimoniare, hanno timore di altre rappresaglie. Cio' di cui siamo certi e' che padre Alberto fu vittima di una banda di assassini, di gente senza principi e senza scrupoli.


C’è qualcuno che partecipa agli utili!

"In questi giorni e' stata affacciata anche l'ipotesi di un despacho (sacrificio) di macumbeiros (aderenti a una setta di magia nera), perché il luogo in cui e' stato trovato il corpo mutilato di padre Alberto e' tristemente famoso per questo genere di cose. Ma questa tesi, sempre ammissibile, non ha molti indizi probanti. Tutti cercano una ragione per spiegarsi, almeno in parte, i moventi che hanno spinto a tanta efferatezza, ma non si intravvede. Tra il suo popolo padre Alberto non aveva nemici. E, realmente, l'abbiamo potuto constatare: tutti lo hanno pianto come la persona più cara della famiglia. Le testimonianze che abbiamo potuto raccogliere durante il funerale e nei giorni seguenti fra tutti gli strati della popolazione sono cose preziose, degne di un santo che e' passato fra la gente facendo solo del bene. Sì, carissimo padre generale, il nostro padre Alberto era un po' teimoso come dicono qui, ossia pertinace, ma il suo popolo lo aveva capito, lo accettava così e gli voleva tanto bene. Il suo amore per i piccoli, i deboli, gli anziani, gli ammalati; quella sua fede gigante che doveva sempre tradursi in opere, in gesti concreti; quel suo zelo irrefrenabile per il Regno di Dio e il bene delle anime; quei suoi appelli alla generosità intesi a suscitare appoggio, interesse, corresponsabilità, amore per i seminari, gli hanno valso la benevolenza di tutti.

Lui e' morto come e' morto Cristo; il discepolo desiderava essere come il Maestro e così e' stato. Lui e' morto a causa della sua fede, per amore alla giustizia, per difendere la sua gente dai falsi profeti. Di questo, ripetiamo, ne siamo certi.

Lo hanno trucidato ma non lo hanno fatto morire. Il suo esempio, i suoi gesti di bontà le sue esortazioni al bene sono rimasti scolpiti nel cuore e nella mente della sua gente.

Noi ne siamo testimoni. La terra che in breve lo ha consumato, ha voluto per gratitudine cristiana offrirgli un luogo di descanso (riposo) e noi non abbiamo avuto il coraggio di negarglielo. Se abbiamo agito bene non so. Cio' di cui ho certezza e' che padre Alberto amava profondamente quella comunità e la stimava al pari della sua famiglia e della sua congregazione, perché nei momenti più difficili lo aveva saputo capire e aiutare. Che il Signore gli conceda la pace dei giusti e la corona dei martiri. Sono in molti qui a credere che il suo sacrificio gliel'ha meritata. E' questo, carissimo padre, ciò che innanzitutto sentivo il bisogno di comunicarle. La nostra famiglia saveriana può annoverare un altro martire". Fra tante teorie, la sua gente, i poveri che p. Alberto difendeva, sosteneva, e sostiene a tutt'oggi, una tesi: ha difeso noi poveri contro i potenti e i potenti questo non lo hanno potuto accettare. Ecco tutto.


 E' toccato a monsignor Giovanni Gazza, Superiore generale dei Saveriani e testimone oculare dell'azione di padre Alberto Pierobon in Brasile, andare a commemorarlo a Cittadella, con una messa, il 17 settembre 1976. Davanti ai familiari del martire, ai suoi amici e concittadini, tiene un lungo, appassionato discorso. Uno straordinario riassunto d'una vita donata fino all'effusione del sangue. "Siamo qui per ricordare e commemorare un nostro fratello, il padre Alberto Pierobon, che ci era tanto caro e che ci e' stato tolto in circostanze che ci rendono ancora più dolorosa la sua scomparsa. Agenzie di stampa hanno dato notizia di questo fatto, riferendo anche inesattezze dovute a congetture difficilmente accertabili. Non bisogna dimenticare le distanze e le difficoltà di comunicazione nei luoghi dove i fatti sono accaduti. L'ultima telefonata avuta dal Brasile, questa mattina stessa, con le risultanti delle indagini della polizia brasiliana e dell'autopsia, confermano che padre Pierobon e' caduto vittima di una vendetta, tanto disumana quanto assurda. Per molti anni ho condiviso direttamente la vita missionaria di padre Alberto.

Quando penso a lui, non ho dinnanzi che quella persona generosa, infaticabile, ardimentosa, apparentemente burbera ma sensibilissima ad ogni sofferenza umana, sempre pronta a sobbarcarsi il peso degli altri, capace della più alta donazione pur di fare un favore al prossimo, zelante nel suo impegno sacerdotale in maniera esemplare.

E' chiaro ormai che, anche in questa tragica vicenda, padre Alberto e' solo una vittima della sua stessa generosità: ha esposto se stesso per difendere la sua gente. Del resto e' stata questa la nostra convinzione fin dalle prime informazioni che ci erano giunte. Non avevamo e non potevamo trovare altre spiegazioni ad una scomparsa che - col passare dei giorni - ha angosciato noi ed i familiari, durante questo ultimo mese, da quando erano venute a mancare notizie sul suo conto. Quella che voglio portare qui stasera e' soprattutto una testimonianza sulla sua vita, basata strettamente sui fatti. La disposizione a donarsi con generosità caratterizza tutto il lavoro di padre Alberto in questi 15 anni di Brasile. Io sono stato con lui, come ho detto, alcuni anni in quella grande terra, prima al sud, nello stato del Paranà e poi in Amazzonia. Padre Alberto non si e' mai smentito: sempre il primo a sobbarcarsi alla fatica. In Amazzonia eravamo agli inizi della missione: viaggi disagiati di giorni e giorni sui fiumi, le prime opere della missione da organizzare. Padre Alberto e' stato preziosissimo per tutti noi. Mettendo al servizio di tutti le sue capacità ed il suo senso pratico, ha dato vita alle prime consistenti opere della missione: scuola, ospedale, chiese, residenze per i missionari, cappelle dell'interno. Assieme a questo lavoro materiale, il lavoro pastorale sempre infaticabile. Questo ritmo di attività e' stato spezzato di quando in quando dalla sua salute non sempre efficiente. Fu tormentato, fino da studente, da disturbi allo stomaco, aggravati più tardi, probabilmente, da un'alimentazione locale non sempre adatta alle sue condizioni. Ha sofferto parecchio per questo.

La sua donazione ed il suo zelo acquistano più risalto e più luce perché accompagnati da questa sofferenza fisica e dalle pene morali che l'accompagnavano. Con questo, noi tocchiamo la costante più profonda e commovente della sua vita. La sua vocazione missionaria era sbocciata sulla radice del dolore e si e' consumata nella sofferenza.


 "La professoressa Rina Parolin, questa autentica anima di Dio che ha guidato tanti giovani verso grandi ideali di vita cristiana e, in particolare, verso la vita sacerdotale e missionaria, scriveva nel 1948 a proposito di Alberto, allora studente, costretto - in quel periodo - ad una forzata convalescenza: Il forzato riposo e' ora il suo tormento più grande. Impossibile chiedere di restare inattivo a chi sogna l'olocausto supremo per il Signore. E' anche tanto vivo in questi giorni il ricordo del fratello fucilato a Padova, questo caduto che tanto fece onore alla Chiesa nostra. Alberto - continua la professoressa Parolin - fa risalire a quella morte la sua vocazione missionaria e l'impeto della sua anima ardente. La scelta missionaria di padre Alberto, segnata da questa prova atroce, fu certamente, per lui, una maniera per donarsi totalmente a qualcosa che veramente vale e per cui valesse la pena di vivere. Più tardi, in Amazzonia, nel pieno del suo lavoro apostolico, doveva vivere un altro dramma: quello della tragica fine della sorella Sandra. Con queste sue disposizioni d'animo che rappresentano la costante della sua vita, padre Alberto si e' messo al lavoro nella nuova immensa parrocchia affidatagli in Moreira Salles, nelle zone ancora pionieristiche del Paranà (dico parrocchia, ma di quelle che misurano decine di chilometri da un estremo all'altro). Queste le disposizioni d'animo che mi manifestava alcuni mesi fa, in occasione del rientro in Brasile dopo la sosta di alcuni mesi in Italia, permanenza dovuta, ancora una volta, a motivi di salute. Non vedeva l'ora di ripartire per riprendere il suo lavoro con dedizione completa. Padre Alberto con questa sua dedizione si e' accattivato subito l'affetto e la collaborazione della popolazione di Moreira Salles, che in questa tragica circostanza della sua scomparsa gli ha tributato una testimonianza unanime di stima e devozione chiedendo, tra l'altro, insistentemente di poterne custodire la salma, volendo - in questo modo - prolungarne come viva la presenza. Dalla telefonata avuta questa mattina, ho saputo che il funerale ha avuto la commossa e totale partecipazione della popolazione, giunta anche dai villaggi più lontani dell'immensa parrocchia. Le tragiche circostanze della morte di padre Alberto - dalle ultime informazioni che abbiamo - assumono i loro contorni sempre più precisi: e' stato vittima di un barbaro sopruso. Questa drammatica fine e' in consonanza con tutta la sua vita e con quelle disposizioni di fede e di amore per Dio e per i fratelli con cui padre Alberto si e' sempre donato. La sua salma riposa ora, assieme alla sorella Sandra, in Brasile, lontani alcune migliaia di chilometri l'uno dall'altra, Sandra in Amazzonia, Alberto in Paranà, ma accomunati oltre che dal loro tragico destino da uno stesso ideale e da uno stesso amore. Più che mai sentiamo viva la parola del Vangelo, appropriata a questi destini. Il sacrificio di padre Alberto e di Sandra, secondo questa luce, e' destinato a fecondare il cammino del Regno di Dio. La certezza della fede ci dice che la trama delle vicende umane ha i suoi raccordi talvolta segreti, ma non meno certi, con la trama amorosa dei disegni di Dio. Disegni che non sono sempre appariscenti e, a prima vista e breve termine, restano anche dolorosamente oscuri talvolta e incomprensibili. Noi siamo qui, oltre che ad offrire le nostre preghiere di suffragio, per ricordare, a nostra edificazione, un esempio di vita che deve essere luce anche per il nostro cammino. Alla famiglia Pierobon tanto duramente provata vogliamo esprimere il nostro affetto e la nostra partecipazione umana, e vogliamo farlo soprattutto con le considerazioni della fede. Il Signore, con queste tragiche vicende, ha associato più intimamente a sè la famiglia Pierobon, attraverso quella sofferenza che, in Cristo, salva il mondo. Anche questa comunità cristiana di Cittadella, che tanti sacerdoti, religiose e missionari ha dato alla Chiesa, trovi nuova ispirazione morale e spirituale in questo sacrificio di un altro dei suoi amati concittadini".

Aveva scritto un giorno Alberto Pierobon d'essere pronto a immolarsi per gli altri. Così e' stato.

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