In un tempo in cui il legame generazionale tra padri e figli sembra essere molto più debole e la tradizione appare un fantasma del passato incapace di parlare al presente, l’emergenza educativa diviene un problema ancora più urgente. Educare, da “educare”, significa “far venir fuori” sentimenti, attitudini, creatività, il meglio che ogni ragazzo ha dentro di sé; significa favorire quello sviluppo armonico della personalità che la scuola da sola non può far emergere.
La nostra società invece sta facendo venir fuori il peggio: la rabbia e il vuoto interiore. Bullismo, droga, violenza, l’attenzione ossessiva al proprio aspetto fisico sono tutti segnali inequivocabili del fallimento di una generazione – la nostra – che non ha saputo riempire quel “vuoto desolante” che ha portato i ragazzi a cercare nei media modelli da imitare e un po’ di compagnia.
Finita la scuola, oggi c’è ancora più solitudine. Un tempo le vacanze erano un ulteriore momento di aggregazione, l’estate diventava il tempo della condivisione e dell’allegria. Per i bambini più poveri c’era il cortile del palazzo, la piazzetta del quartiere, c’era l’oratorio, di sicuro c’era sempre la famiglia e la compagnia non mancava mai.
Oggi l’estate è il periodo della disgregazione per eccellenza: nelle famiglie benestanti i genitori vanno da una parte e i figli da un’altra, ognuno per conto suo con gli amici del momento.
Finito lo stordimento delle vacanze e la compagnia effimera e occasionale dell’estate, più stanchi e stressati di prima, ancora più vuoti, ognuno torna alla sua solitudine.
In tutti i casi, ogni estate, sono sempre più i giovani a pagare le spese di un tempo in cui sono lasciati allo sbando, in balìa di se stessi. Se nelle nostre famiglie ci si aprisse all’ascolto reciproco, forse i nostri ragazzi, alla musica assordante delle discoteche che impedisce loro di parlare, preferirebbero qualcuno che li ascolti.

"Per un pugno di dollari"


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