Una delle immagini più belle della vita è rappresentata, ancor oggi, dal viaggio.

Forse non c’è nessuno che non abbia sperimentato, o anche solo immaginato di perdersi in questo pensiero. L’attesa è preceduta dalla decisione di partire, dalla domanda di “perché partire” con la sua carica di trepidazioni e di speranze. . . Se devi affrontare il viaggio da solo, ti chiedi chi incontrerai, con chi camminerai, o chi ti siederà accanto. Se viaggi in compagnia speri poi di poter approfondire la conoscenza, trovando qualcosa in comune per scambiar esperienze-confidenze. Si viaggia spesso per evadere dal solito ambiente: ecco così le sospirate ferie, o per scoprire nuovi scenari e conoscere altre culture: ecco allora la vacanza di studio.

È bello però entrare nella prospettiva di sentirsi come pellegrini in questa vita e cercare di conoscere meglio se stessi, per vivere in maniera consapevole il futuro.

Ne sentivo parlare da tanti, mi lusingava andare a vedere: aspettavo l’occasione.

Così, tra i preti del Vicariato, è venuto fuori che « si stava cercando un prete per accompagnare un altro gruppo della zona a Medjugorje proprio con la Enrica ». Era maggio, si avvicinava l’estate: ero preoccupato per i miei disturbi con il caldo. Aspettavo, ma l’invito è andato perso. Ho passato così l’estate senza mai allontanarmi. La chiamata arriva per settembre: emozione, preoccupazione, ansia, strana attesa. . . Si dice che i preti non possono organizzare pellegrinaggi per “quel posto”, ma solo partecipare. Intanto alcuni parrocchiani me ne parlano con entusiasmo, facendomi tanti auguri. Si parte con gente di vari paesi che non conosco, ma con cui entro in piena sintonia. Lungo, impegnativo con paesaggio brullo, monotono, ma un’attesa grande, riempita di messaggi, impregnata di preghiera con riflessioni opportune, convinte e convincenti. Obbiettivo chiaro: non è una gita, non risponde alla curiosità, ma prepara un incontro! Non è davanti al brillar di tanti lumi nella notte, all’assieparsi di gente indaffarata davanti ai negozi, ma nel silenzio di un confessionale, nel dialogar fiducioso, nel salir con tanta fatica la montagna delle apparizioni in un comune palpitar di cuori. È un incontro personale, discreto, sincero che suscita qualcosa dentro e ti sprona poi a portarlo anche fuori: allora si vivono forti esperienze, si scambiano vere confidenze.

Qualcuno è toccato così dalla gioia del confessionale, dal fascino della preghiera, dal desiderio di cambiare, dalla nostalgia di ritornar come figlio prodigo a casa del Padre. . .

Non manca la via della croce dove si stenta, si fatica, si sale, ma non sei solo: qualcuno sembra aspettarti, come la mamma un tempo, quand’eri bambino, sul pendio della tua montagna, per venirti incontro, sollevarti dal peso e stringerti forte da farti sorridere. Ma si può barcollare, sbandare, cadere: la vista s’annebbia, la testa gira, il passo vacilla: sei così a terra, tra sassi appuntiti, nel passaggio scosceso, ormai incapace. . . di rialzarti. Si era alla terza caduta di Gesù sulla strada della Croce: il salire faticoso di qualcuno arrivato fin lassù, faceva temere qualche incidente: una caduta qui era quasi prevedibile, ma bisognava continuare fino all’ultima stazione per assaporare un po’ la sofferenza in senso di espiazione. . . Non erano però previste quelle mani protese, quegli sguardi ansiosi, quei gesti premurosi. . . Quanti Cirenei, Veroniche, Samaritane lungo la salita su quel monte e nella discesa! Un’esperienza che ha significato qualcosa e che ha lasciato una traccia meravigliosa.

Non andate a Medjugorje per “turismo”: non cogliereste la gioia di un incontro! don Domenico Frison

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