La missione, dice Papa Francesco, non è una parte della mia vita, non è un’appendice o un momento tra i tanti dell’esistenza.
È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere. Io sono una missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo.
Tutti meritano il nostro affetto e la nostra dedizione, perciò se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. (Evangelii gaudium 274).
È da diversi anni che sono catechista e vi assicuro che è più quello che ricevo di quello che faccio. Ogni ora con i ragazzi mi rende felice, felice della felicità degli altri.
All’inizio di questo anno catechistico 2016-2017 c’era una cosa che desideravo in modo particolare, ossia di condividerlo con i discepoli di Gesù più piccoli di età, anche perché, avendo sempre ricevuto il “testimone” per poi passarlo ad altri, questa sarebbe stata l’occasione giusta per toccare con mano l’inizio del cammino di fede, la prima evangelizzazione, proposto dalla nostra Diocesi di Padova per il nuovo impianto di Iniziazione cristiana.
La sorpresa non mancò e la Provvidenza fu molto generosa: una ventina di bambini di sei e sette anni, venti volti nuovi mai visti prima. Naturalmente ho avuto il bisogno di imparare subito i loro nomi, quei nomi pronuncia- ti solennemente proprio all’inizio del rito del loro Battesimo, quando si entra a far parte della Comunità cristiana e che, pronunciato ad ogni appello, fa rispondere a ciascuno il proprio “Eccomi”.
C’è stato poi il bisogno di conoscerci pian piano, perché, per poter essere amici di Gesù, è importante essere amici fra di noi. I ragazzi arrivano puntuali ogni sabato mattina con i loro zainetti sulle spalle, accompagnati da mamma o papà, con qualche fratellino o sorellina, se non addirittura dai nonni. Non si trasmette forse la fede di generazione in generazione? Qualche genitore si ferma anche all’incontro e, oltre a dare un grande aiuto, testimoniano in maniera autentica che Gesù interessa anche ai grandi.
I bambini arrivano sempre con tanto entusiasmo, voglia di fare e di raccontare, e qualunque cosa ci dicano, per noi vuol dire entrare un po’ nella loro esperienza di vita, per poter tessere relazioni fondate sulla continuità, sulla gratuità, sulla stima, sulla semplicità: le cose complicate non durano. Esprimono bene tutta la loro gioia e la loro vivacità contagiosa. Con questa loro carica straordinaria si capisce perché un giorno l’unico Maestro ha detto: “Lasciate che i bambini vengano a me” (Marco 10,13) e ancora: “Dovete ritornare bambini se volete entrare nel Regno dei cieli” (Matteo 18,4).
La questione è chiara, non è un discorso di anni ma di ritornare a meravigliarsi, a stupirsi, ad essere spontanei e schietti, ad usare franchezza e curiosità in quella forma squisita e inconfondibile che solo un bambino sa avere.
I bambini sono anche però dei giudici severi, sono in grado di riconoscere la persona che hanno davanti, di capire se sa dove li vuole condurre.
All’incontro settimanale portiamo noi stessi, quello che siamo e quello che abbiamo, perciò c’è il desiderio innanzitutto di curare, prima che la preparazione didattica, la nostra dimensione spirituale, per trovare sempre luce e forza nel compiere la nostra missione. Il dono di noi stessi è necessario e il ministero di catechista, come tutti gli altri, richiede di essere nutrito.

Gianna Russo

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