Ricorreva, lo scorso 18 giugno, il cinquantesimo anniversario della pubblicazione, da parte di Papa Paolo VI, del Motu Proprio Sacrum diaconatus, una Lettera Apostolica con la quale venivano impartite norme per il ristabilimento del Diaconato Permanente nella Chiesa Latina. In quel momento, infatti, il diaconato esisteva, già dall’epoca apostolica, ma il Papa, a seguito delle riforme indicate dal Concilio Ecumenico Vaticano II, volle dare a questo grado del Sacramento dell’Ordine una nuova impostazione e introdusse alcune novità. Dice Paolo VI in apertura del documento: «Il Concilio Ecumenico Vaticano

II, nel rispetto di tale antichissima tradizione, rese attestato d’onore al diaconato nella Costituzione Lumen Gentium, laddove, dopo essersi occupato dei vescovi e dei sacerdoti, espresse l’elogio anche del terzo grado dell’ordine sacro, mettendone in luce la dignità ed enumerandone le funzioni. Il Concilio, invero, ben riconoscendo, da un lato, come tali uffici, necessarissimi alla vita della Chiesa, difficilmente, in non pochi paesi, possano essere esercitati, attesa la disciplina vigente nella Chiesa latina e, d’altra parte, bramando di provvedere meglio a cosa di così grande interesse, sapientemente decretò che si potesse in futuro ristabilire il diaconato quale proprio e permanente grado della gerarchia (Cf Conc. Vat. II, Lumen Gentium, n. 29: AAS 57 (1965), p. 36)».
Continua il Papa: «Benché, infatti, soprattutto nei territori di missione, usualmente vengano affidati a laici non pochi uffici diaconali, tuttavia, è bene che quanti esercitano davvero il ministero diaconale siano fortificati e più strettamente associati all’altare mediante l’imposizione delle mani, che è tradizione apostolica, affinché più efficacemente essi adempiano, in virtù della grazia sacramentale del diaconato, il proprio ministero (Conc. Vat. II, Ad gentes, n. 16: AAS 58 (1966), p. 967). In tal modo, sarà ottimamente chiarita la natura propria di questo Ordine che non deve essere considerato come un puro e semplice grado di accesso al sacerdozio; esso, insigne per l’indelebile carattere e la particolare sua grazia, di tanto si arricchisce che coloro i quali vi sono chiamati possono in maniera stabile dedicarsi ai ministeri di Cristo e della Chiesa (Cf Conc. Vat. II, Lumen Gentium, n. 41: AAS 57 (1965), p. 46)». Perciò le novità furono sostanzialmente quella di ammettere anche uomini sposati al sacramento dell’Ordine, ma solo nel grado diaconale e quella di avere due tipi di diaconato: quello permanente e quello transeunte, cioè per i candidati al sacerdozio. Un cambiamento notevole, che poteva dare l’impressione di essere l’anticipazione di un’altra concessione: quella del Matrimonio ai sacerdoti.
Il diacono non deve essere confuso con il ministro straordinario della Comunione, come capita di sentire in certe occasioni. Infatti, mentre il diacono è tale perché riceve dal vescovo un sacramento ed è quindi una persona consacrata, al pari del vescovo e del sacerdote, invece il ministro straordinario della Comunione riceve soltanto un formale incarico per distribuire la Comunione in situazioni straordinarie e tale incarico può essere concesso praticamente a chiunque, maschi e femmine, celibi e coniugati. Papa Paolo VI, nel Motu Proprio, chiarisce quali sono i compiti del diacono: «A norma della citata Costituzione del Concilio Vaticano II, spetta al diacono, secondo che l’Ordinario del luogo gli abbia commesso di attendere a tali funzioni: 1) assistere, durante le azioni liturgiche, il vescovo ed il sacerdote per tutto ciò che, secondo le prescrizioni dei diversi libri rituali, gli compete; 2) amministrare solennemente il Battesimo e supplire alle cerimonie eventualmente omesse nel conferimento di esso ai bambini e agli adulti; 3) conservare l’Eucaristia, distribuirla a sé e agli altri, portarla come viatico ai moribondi e impartire al popolo con la sacra pisside la cosiddetta benedizione eucaristica; 4) assistere ai Matrimoni e benedirli, in nome della Chiesa, per delega del vescovo o del parroco, qualora manchi il sacerdote, nel rispetto di quanto stabilito nel CIC (Cf cann.1095 § 2 e 1096) e valido restando il canone 1098 le cui prescrizioni, in ciò che si riferisce al sacerdote, devono ritenersi estese anche al diacono; 5) amministrare i sacramentali, presiedere ai riti funebri e di sepoltura; 6) leggere ai fedeli i divini libri della Scrittura e istruire e animare il popolo; 7) presiedere ai servizi del culto e alle preghiere ove non sia presente il sacerdote; 8) dirigere le celebrazioni della parola di Dio, soprattutto quando manchi il sacerdote; 9) esercitare, in nome della Gerarchia, i doveri della carità e dell’amministrazione, nonché le opere di servizio sociale; 10) guidare legittimamente, in nome del parroco e del vescovo, comunità cristiane disperse; 11) promuovere e sostenere le attività apostoliche dei laici».
Nella Diocesi di Padova, la prima ordinazione di diaconi permanenti fu celebrata nel pomeriggio di domenica otto novembre 1987 in Cattedrale dal vescovo mons. Filippo Franceschi. Gli ordinati erano nove. In questo momento, invece, i diaconi permanenti in Diocesi sono una cinquantina. Certamente la figura del diacono permanente è destinata a diventare più familiare e necessaria, a motivo della carenza di sacerdoti. Al diacono però non è permesso celebrare la S. Messa.
Questo ci riporta alla necessità di avere vescovi e presbiteri. È infatti l’Eucaristia (la S. Messa) che fa la Chiesa.

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