Un ricordo straziante: una pagina di storia scritta dei nostri soldati partiti per la campagna di Russia, mal equipaggiati e poco assistiti, accerchiati nella sacca del Don nel gennaio 1943, dove all’enorme sacrificio dell’intera armata, in condizioni inenarrabili, si accompagnò il coraggio ed il valore degli alpini per uscirne vivi.

« Si formò così una colonna di soldati lunga circa 30 chilometri: era un susseguirsi discontinuo di colonne, sempre meno numerose, sempre più esposte ai violentissimi attacchi dei russi, alle puntate dei carri armati, alle tante improvvise imboscate. . . Quelli poi che passavano per ultimi non trovano più nulla per potersi rifocillare. Nella ritirata, gli alpini sprofondavano nella neve fino al ginocchio, avviluppati in quei pastrani inadatti. Dovevano battere continuamente i piedi per evitare il loro congelamento e non lasciare parti scoperte, utilizzando le coperte come scialle. Era la marcia di uomini laceri, stremati, moltissimi malati, feriti con gli arti ormai in cancrena, per congelamento, ormai prossimi a morire.

Venivano solo trascinati. Marciavano nel gelo di 25-30 ed anche 40 gradi sotto zero: così il freddo, specie di notte, il sonno, la stanchezza, la fame seminavano di croci l’interminabile calvario ».

E quando arrivarono in Italia: nessun riconoscimento, nessun onore, ma subito “i campi contumaciali” nella massima segretezza, come fossero degli appestati che non dovevano aver contatto, né raccontare la tragedia, per . . . il segreto militare”.

Il ricordo di questa struggente storia, scritta solo in parte a più mani, ma rimasta per lo più impressa nel cuore di chi ha sofferto o è rimasto ad attendere invano, sembra ritornare attuale ogni qual volta un nostro soldato cade in terre lontane.

Qualcuno di recente ha scritto: « Quando vedo partire i nostri ragazzi bene armati, bene addestrati, pieni di voglia di fare qualcosa d'importante per poter arginare la pericolosità del terrorismo, desiderosi di dare un aiuto a popolazioni disastrate. . . provo un solo e dominante sentimento: che tornino tutti in Patria come son partiti, per riabbracciar loro cari, che riprendano il normale servizio della nostra comunità.

Questa missione afgana, complicata, pericolosa non entusiasma e non si capisce. . . Un risultato di grande importanza lo hanno forse ottenuto: farsi accettare dalla popolazione non come forze occupanti, ma come validi interlocutori di riferimento per una soluzione non conflittuale di divergenze.

Più intelligenza e meno bombe.

Forse proprio questa linea di condotta li ha maggiormente esposti alle insidie ». . .

E così l’alpino Matteo Miotto, mandato in missione in Afghanistan è caduto poco dopo l’ultimo Natale, colpito in modo proditorio in quella terra disastrata. Ha così scosso non solo i giovani, ma tutta l’Italia con il suo sacrificio, tanto che ne hanno parlato giornali e televisioni, additandolo subito come esempio di « un giovane che muore per insegnarci ad amare la Patria e servirla con onore ».

È tornato in una bara avvolta nel Tricolore: quella bandiera che tanto amava. La vicinanza per chi cade però non deve manifestarsi solo nei solenni funerali di stato, ma deve essere quotidiana, consapevole, responsabile, talora anche critica.

Ieri li hanno spediti a conquistare quelle lande di Russia, seguendo la logica di potere, mandandoli così facilmente a morire e poi li hanno anche dimenticati.

Oggi vengono invitati a compiere una missione umanitaria ed inviati in armi in terre lontane, con una certa esaltazione, tanto che li chiamiamo ”eroi” quasi per nascondere qualche imbarazzo. Ma sono “vittime” cadute nell’adempimento del loro dovere, come operai, padri di famiglia, persone in servizio morti sul lavoro, come i tanti caduti, 68 anni fa, sulle nevi di Nikolajewka, anonimi e dimenticati.

Oggi i nostri soldati sono ben equipaggiati, mostrati al sicuro, quasi invincibili. . . E la gente ascolta quel che le vien detto, commenta quel che le vien fatto vedere, e lo fa al sicuro della propria casa, pronta a reagire alla notizia che irrompe, commossa dai particolari di una cronaca che crea spesso un alone di gloria, raccontando così di una fine tragica, dolorosa, quasi del tutto imprevedibile, come a voler nascondere una certa realtà, prendendone subito le distanze. . . La retorica dei politici poi fa il resto, strumentalizzando e confondendo le cose.

Oggi è necessario essere critici, non criticoni; pronti a obbedire, non supini, ma in piedi; guardare sempre bene a quale carro siamo agganciati, perché forse è passato il tempo in cui si andava ripetendo ai nostri soldati: « tasi e tira ».

Allora nel ricordo di Nikolajewka nasce oggi per tutti un impegno sincero: fare memoria con riconoscenza del sacrificio di tanti caduti, leggere meglio le vicende del presente, anche tra le righe, cercare quei valori che ci rendono veramente liberi da bassi interessi, costruttori della civiltà dell’amore.


"Per un pugno di dollari"


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