Tante volte nel nostro linguaggio abituale e anche nella nostra predicazione usiamo l'immagine della via, del cammino, del pellegrinaggio e della strada da percorrere.
I cambiamenti dell'esistenza ci portano a vivere ciò che predichiamo. Cambiare casa e indirizzo ci ributta letteralmente sulla strada e, a volte, ci costringe a muoverci anche quando preferiremmo rimanere fermi.
C'è modo e modo di farlo: occorre restare leggeri senza essere sprovveduti, con una meta che ci attrae ma sempre pronti agli imprevisti della vita.
Il prete di una volta, diventato parroco, si pensava già da subito a tempo indeterminato.
Adesso non è più così.
La mobilità estrema e la flessibilità continua, tanto decantate nella cultura odierna, sembrano diventare criterio di valutazione anche nel ministero.
Eppure esistono una bellezza e una grazia che si apprendono solo misurandosi con la fedeltà nel tempo. L'inizio del ministero in una nuova parrocchia, a volte, porta in sé qualcosa di esplosivo, come un grande fuoco d'artificio.
Terminato il momento abbagliante, il rischio è quello di rimanere al buio. È solo la fedeltà che permette di andare verso il profondo. Perché un frutto possa maturare, occorre il suo tempo, e il vangelo ci ricorda che "dai loro frutti li riconoscerete".
Anche il ministero di un prete deve darsi tempo perché il seme gettato possa morire, rinascere e portare frutto. L'enfasi del cambiamento rischia di porre in secondo piano quel rinnovamento continuo che avviene attraverso radicamenti successivi sempre più profondi e sempre più veri. La fedeltà alle persone consiste anche nello stare al loro fianco mentre le cose (ed esse stesse, e noi con loro) mutano, si evolvono, si trasformano.
Durante un incontro con i giovani preti della sua chiesa, l'ex patriarca di Venezia, Card.
Marco Cè confidava ad uno di noi: «Vedi questi giovani preti? Li conosco proprio tutti, fin dall'inizio del loro cammino». E, dopo una breve pausa, aggiungeva: «Ed anche loro sanno tutto, ma proprio tutto di me».
Portiamo nel cuore l'immagine di un pastore attento, fedele al suo gregge, disarmato e trasparente, come uno che, alla fine del suo servizio, non ha più nulla da temere e da nascondere, ma tutto da donare e consegnare. È la grazia della fedeltà.
Il "rimanere in una comunità" ci rimanda ad un rimanere più profondo che è quello di Gesù che resta nelle cose del Padre e del discepolo che rimane in lui, unito come un tralcio alla vite. In Giovanni il rimanere non è sinonimo di immobilità, anzi crea, nello Spirito, una circolarità tra il Padre, il Figlio e i suoi discepoli.
Questo rimanere nel cuore del mistero permette di vivere, nello stesso tempo, la disponibilità a partire e la fedeltà del restare.


"niente paura"


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