Quali sono le condizioni perché il "credente" che "diventa prete" sia un autentico uomo della gioia cristiana? Il senso ecclesiale, cioè la capacità d'inserirsi nel cammino di Chiesa, con un attitudine all'ascolto e alla convergenza comune.
La capacità relazionale, cioè l'attitudine ad entrare veramente nel cuore delle persone, dei loro problemi, del loro cammino.
L'attitudine sintetica, cioè lo sforzo di guardare la pastorale con uno sguardo d'insieme, di non lasciarsi trascinare dalle mille cose, senza progettare, senza la pacatezza di pregare, pensare, studiare, formarsi, coltivare le amicizie, affinché il prete non sia travolto da un lavoro stressante, senza meta, che rincorre le situazioni.
Tutto ciò non sarà possibile se il presbitero non diventerà anche un fratello nell'umanità, cioè una persona che non teme di portare la fatica di vivere, che impara dalle famiglie, che non si fa scudo del proprio ministero per coprire la proprie debolezze o aggressività.
L'umanità del prete, soprattutto quando è nel suo ruolo, sembra oscurarsi, mettendo in mostra le due immagini più diffuse: chi censura i propri sentimenti ed emozioni, pagandoli al prezzo della durezza e dell'insensibilità; chi invece li ostenta facendo diventare il ministero il racconto della propria biografia emotiva, spesso neppure molto originale.
Tra i due estremi del ruolo officiale e dell'interminabile adolescenza, l'"essere prete" potrà frasi strada come uomo riconciliato, cioè uomo di relazioni forti e tenere, di gratitudine sincera, di amicizie profonde, di attenzione premurosa, di umorismo con se stesso e di dedizione sincera.
Per essere così, non potrà che aver cura di sé, dovrà prendersi a cuore la preghiera, il riposo, la lettura, la distensione, il viaggio, la salute, la casa, con sobrietà e dignità, cioè tutti quei momenti di cui vivono gli uomini e le donne di oggi.
Lo stile esistenziale non sottrae il prete dall'essere un credente che vive in semplicità la vita del Vangelo, che mostra di essere un credente con la sua storia, le sue radici, la sua famiglia di origine. Persino con le sue ferite, le sue difficoltà di carattere, di umanità, i suoi sbagli e, talvolta, anche i suoi peccati [...] Le diverse vocazioni nella chiesa si illuminano a vicenda: un credente deve saper leggere sul volto dell'altro ciò che manca alla propria vocazione.
Il prete diocesano dovrebbe essere l'icona viva di questo imparare dagli altri, di questo reciproco istruirsi per essere uomini credenti e credenti che non smettono di essere uomini! La gente ci sente come fratelli se non ci mettiamo sopra di loro credendoci migliori, ma neppure se cerchiamo mi mimetizzarci con loro, senza essere fratelli maggiori nella fede.

Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo di Novara, "Essere preti oggi e domani", Glossa Milano, 2008, pp. 67-71; 102-103.


"niente paura"


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