Ore 8.30 di mercoledì 19 marzo. Ora che i figli sono grandi, mi ero dimenticata della festa del papà e ancor più di San Giuseppe.

La Messa viene celebrata in chiesa, non in sacrestia. Sono presenti una quindicina di persone. Appare il sacerdote, in una casula giallo oro che riluce sullo sfondo ancora buio dell'abside. Intona un canto in latino che solo i fedeli di più lunga frequentazione conoscono. Dall'altare viene proclamata la SOLENNITÀ di San Giuseppe, sposo di Maria.

Mi risulta un po' strano l'accostamento tra il povero falegname di Nazaret (seppur discendente da re) e il termine "solennità"; in effetti dare a qualcuno del "sangiuseppe" non è di certo fargli un complimento. Ma stamattina le invocazioni sono degne del padre di un Dio. Tanto che, nei momenti clou, la preghiera si stempera nel canto, in latino, un gregoriano che ti scende dentro e ti tocca le corde più profonde fino a commuoverti. È un rito, una liturgia sacra: i gesti del sacerdote sono misurati, le invocazioni che pronuncia sanno di antico, si fondano su un'esperienza di fede millenaria. È l'unico linguaggio con cui l'assemblea dei fedeli riesce a rapportarsi con un Dio, entità troppo alta e altra per la nostra limitatezza. Nel rito si percepisce la mediazione di due realtà inaccostabili: viene risolto il problema di come entrare in contatto con Dio senza rimanerne folgorati.
Scoprire il rito a quarant'anni suonati è stata un'esperienza benefica, soprattutto per una fede, la mia, ormai del tutto intimistica, perché logorata da liturgie banali, strizzate all'inverosimile per far posto a fiumi di parole a circuito chiuso, liturgie spesso accompagnate da canzoni orecchiabili quanto intimistiche e sentimentali. Avevo confuso Dio con un Gesù dai tratti famigliari del Poverello d'Assisi. Ma come l'ambone dev'essere di pietra inamovibile perché la Parola proclamata in Chiesa si fonda su una trasmissione fedele e immutata nei secoli, così Cristo è radicato nel Padre dell'Antico Testamento, nella persona che, come dice la liturgia dopo consacrazione, ha accettato "il sacrificio di Abramo tuo servo e l'oblazione pura e santa di Melchisedech tuo sommo sacerdote". Talvolta, lo ammetto, è difficile accettare certi salmi che inneggiano ad un Dio vendicatore, che infligge morte e sterminio ai nemici di Israele. Sembra una divinità paradossale, che è capace di un'ira implacabile ma perdona quelli che lo mettono a morte, Dio di un solo popolo ma che con la croce salva il mondo intero. Ma sarà incoerenza di Dio o piuttosto limitatezza dell'umana comprensione? D'altronde l'Antico Testamento è storia di Dio dentro la storia degli uomini: le vicende che vi si narrano, per quanto scandalose e miserabili, acquistano la dignità di apparire in un testo sacro nel momento in cui Dio sollecita riflessioni inedite e scelte controcorrente.
In conclusione, auguro a quanti si limitano a "prendere messa" di riuscire ad assaporare la bellezza del rito, magari con la (essenziale) complicità dei sacerdoti.
M. P.


"niente paura"


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