Leggendo gli appelli di alcuni vescovi all’accoglienza dei profughi, mi sono chiesta che cosa sono disposta a fare io. Di certo non ad aprire a degli sconosciuti le porte di casa mia. Li ho sempre visti male questi uomini e donne che attraversano il Mediterraneo, lasciando il loro mondo di affetti e sicurezze per affrontare, magari dopo aver subito violenze ed abusi, l’ignoto in Italia. Mi riferisco, più che ai profughi recenti, ai migranti che già da una decina d’anni affrontano quest’avventura. Come motivazione hanno o la fuga da guerre decise altrove o il desiderio di stare meglio, di non soffrire più la fame, di avere la possibilità di curarsi, di mandare a scuola i figli, insomma di avere garantiti i diritti più elementari. Perché questo non lo abbiano già in patria, è un discorso complicato e, ahimè, spesso scandaloso.
La cosa che mi brucia è che questi uomini e donne, alla fine del loro viaggio, trovano senz’altro migliori condizioni di vita, perché passare dalla miseria alla povertà è pur sempre un miglioramento, ma a che prezzo! In questi giorni la mia amica Zineb, alla fermata dell’autobus (con in mano il biglietto regolarmente acquistato) si è sentita apostrofare come “Mussulmana di...” da un cinquantenne che passava in bicicletta, così come qualche anno fa, sull’onda del buonismo di una parlamentare che voleva emancipare le donne mussulmane dalla schiavitù del velo, veniva bersagliata anche da perfette sconosciute che volevano che abbandonasse quello che in arabo si chiama chall e che lei è ben fiera di indossare.
All’opposto, è da anni che l’anziana signora accoglie nel suo salotto l’affezionato venditore di fazzoletti che arriva con il suo tappeto in spalla, lo srotola e prega rivolto alla Mecca.
E Gesù? Come si comporterebbe di questi tempi? Qualcuno ne parla come di un trasgressore, che non rispettava le regole, soprattutto quelle della purezza o purità rituale, che si lasciava contaminare dal sangue dell’emorroissa (Mc 5,25-34) come dall’ironia della Cananea (Mt 15,21-28: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini»; «... ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni») o dalla logica separatista della Samaritana (Gv 4,1-26: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?»), guarda caso tutte donne, fonte di contaminazione quasi al pari di storpi e lebbrosi. Anzi, è giunto persino a farsi straniero (Lc 4,24: «Nessun profeta è bene accetto in patria»), ha infranto tradizioni millenarie, ha dato il via ad una Chiesa “straniera” che ha trovato in asiatici e africani (come san Basilio e san Gregorio, sant’Agostino e Tertulliano) i grandi dottori della sua parola.
E allora, tornando al mio dubbio iniziale, come praticare l’Accoglienza? Una risposta potrebbe essere la seguente. Con la convinzione che tutti, nessuno escluso, formiamo l’UMANITÀ, che non esistono razze superiori e razze inferiori, tradizioni migliori e tradizioni peggiori, culture di valore e culture di scarto, religioni veritiere e religioni menzognere.
Con la voglia di conoscere ciò che è diverso, lontano, estraneo (impareremmo che Marocco è un termine europeo e che Rabat, Casablanca, Agadir si trovano nel Regno del Maghreb, abitato dai Maghrebini, non dai Marocchini).
Con il rispetto, la naturale conseguenza delle prime due, che si deve a chiunque, a prescindere, liberandoci da ansie e paure, con il coraggio che ci dovrebbe derivare dall’essere fedeli, veri imitatori di Cristo, Amore che è Accoglienza.
C. 70

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