La parola Diacono deriva dal greco “diákonos” che significa ministro o servo.
Nella Bibbia, si trova citazione dei diaconi nel Nuovo Testamento, Libro degli Atti degli apostoli (6, 1-7), dove vengono presentati sette uomini di ottima reputazione, ordinati dagli Apostoli mediante imposizione delle mani, perché servissero alle mense. Tuttavia dal prosieguo del racconto si comprende che ai compiti pratici si aggiungevano servizi pastorali di maggior rilievo. Stefano, ad esempio, “faceva grandi prodigi e miracoli” e a causa del suo atteggiamento e della sua predicazione fu lapidato. Il Diacono Stefano fu il Primo Santo Martire della Chiesa.
Filippo, anch’egli “uno dei sette”, era detto “l’evangelista” in quanto missionario e annunciatore del Vangelo (Atti degli apostoli 8, 21).
Durante il Medioevo si perse questa funzione, e il diaconato divenne per molti secoli unicamente un passaggio temporaneo per raggiungere il sacerdozio. Con il Concilio Vaticano II (1962-1965) è stato ripristinato il diaconato come grado permanente nella Chiesa cattolica latina.
Attualmente nella Chiesa Cattolica Romana il Diacono viene Ordinato dal Vescovo: attraverso l’imposizione delle mani lo Spirito Santo discende su di lui, e diventa un Ministro Ordinato. Senza essere Sacerdote non è laico e senza essere laico non è sacerdote. E perciò non è neanche Vescovo. Diciamo che il Diacono è una figura situabile al centro, tra il laico ed il Sacerdote ma non necessariamente intermedia e con una sua funzione specifica.
Nelle celebrazioni e concelebrazioni eucaristiche, presiedute da un presbitero o da un vescovo, la lettura del vangelo è sempre di competenza del diacono, se presente. Egli, infatti, non è un sacerdote perché non presiede l’Eucaristia e non assolve i peccati. Più in generale, non si colloca all’interno della comunità cristiana nella stessa posizione del parroco.
Inoltre, nella maggior parte dei casi il diacono è sposato ed ha una sua professione.
Egli non è “un semplice laico”: riceve infatti il sacramento dell’Ordine, che lo immette tra i membri del clero, ha una propria veste liturgica, sull’altare ha un suo posto, ha il compito di proclamare il vangelo e può tenere l’omelia, ha l’obbligo di celebrare la liturgia delle ore a nome dell’intera Chiesa, può celebrare il sacramento del Battesimo, del Matrimonio, accompagnare alla sepoltura i defunti.
Egli è un Ministro di Cristo a tutti gli effetti. Il Diacono può essere soltanto una figura maschile, deve essere un buon cristiano, amare la Chiesa, avere una formazione umana equilibrata ed uno spirito di comunione. L’intera vita del Diacono e la sua stessa persona sono un richiamo costante e ben visibile al dovere di servire che il Battesimo porta con sé. Egli è nella Chiesa l’immagine viva del Cristo servo, che per amore si china a lavare i piedi dei suoi discepoli, che si fa carico delle sofferenze dei più deboli, che proclama la parola del Regno di villaggio in villaggio, che si fa vicino a chiunque è minacciato dalla tristezza e dall’angoscia, che offre la sua stessa vita in sacrifico. Certo non soltanto il Diacono farà questo, ma lo farà senz’altro e in modo del tutto particolare, annunciando la Parola di Dio e offrendo una chiara testimonianza di carità.
I Diaconi permanenti sono in gran parte sposati. Ciò significa che esiste un lega me profondo tra la vocazione diaconale e la vita familiare. A differenza di quanto si potrebbe immediatamente pensare, il diaconato non è un ostacolo alla vita familiare e tantomeno un annullamento della spiritualità domestica. Esso si innesta nella vita familiare, portandola ad un singolare sviluppo e conferendole una fisionomia nuova e originale. Ne consegue che il primo ambito di esercizio del Ministero di un Diacono sposato sarà la sua stessa famiglia.
A fianco della figura del Diacono sposato vi è anche quella del Diacono celibe.
Sebbene il numero dei Diaconi non sposati sia piuttosto ridotto rispetto a quello dei Diaconi coniugati, essi sono una realtà e vanno considerati come un dono prezioso alla Chiesa. Chi diventa Diacono da celibe resta celibe per tutta la vita, per la semplice ragione che il diaconato si riceve partendo da una scelta di vita che va considerata definitiva. Prima di intraprendere il cammino di formazione al diaconato e durante questo stesso cammino, la persona non sposata sarà invitata a compiere una verifica seria e serena su questo punto. Qualcuno però dirà: «Ma perché allora queste persone non sposate non diventano sacerdoti?». A questa domanda non si può dare che una risposta: «Perché la loro vocazione è quella al diaconato e non al sacerdozio». I due ministeri sono distinti e diversi. Il compito di ogni battezzato è capire che cosa Dio vuole da lui.
Per quanto riguarda la formazione al diaconato ci sono norme per la Chiesa italiana, che vengono poi personalizzate dalle Diocesi in base al contesto in cui vivono.
Si tratta di studi teologici, di formazione umana e spirituale. Il Ministero diaconale è triplice. Il Diacono viene cioè ordinato per il Ministero della Parola, della Liturgia e della Carità.
I tre ambiti del Ministero diaconale potranno, a seconda delle circostanze, assorbire una percentuale più o meno grande dell’attività di ogni Diacono, pur rimanendo inseparabilmente uniti nel servizio.
Spetta al Vescovo conferire al Diacono l’ufficio ecclesiastico a norma del diritto.
“I Diaconi possano svolgere il proprio ministero in pienezza... e non vengano relegati a impegni marginali o a funzioni meramente suppletive. Solo così apparirà la loro vera identità di Ministri di Cristo e non come laici particolarmente impegnati.” Il Vescovo può conferire ai Diaconi l’incarico di cooperare alla cura pastorale di una parrocchia affidata a un solo parroco o possono essere destinati alla guida, in nome del parroco o del Vescovo, delle comunità cristiane disperse.

Giorgio Berton

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