Paolo e Claudio Regeni

2 dicembre 2017

Paola e Claudio Regeni

Giulio Regeni nacque a Trieste il 15 gennaio 1988; cresciuto a Fiumicello (in provincia di Udine), ancora minorenne si trasferì per studiare all’Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico - Stati Uniti d’America) e poi nel Regno Unito. Vinse due volte il premio “Europa e giovani” (2012 e 2013), al concorso internazionale organizzato dall’Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche ed approfondimenti sul Medio Oriente.

Dopo aver lavorato presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, e aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università Americana del Cairo. In alcuni articoli, scritti anche con lo pseudonimo di Antonio Druis e pubblicati dall’agenzia di stampa Nena e, postumo, da il Manifesto, ha descritto la difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011.
Il 25 gennaio 2016 Giulio scomparve. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio 2016 in un fosso lungo la strada del deserto Cairo-Alessandria, alla periferia del Cairo.



INTERVISTA A PAOLA E CLAUDIO REGENI

(da La Repubblica 21/02/2016)

Chi era Giulio?

“Giulio era nostro figlio. Un giovane uomo, un viaggiatore. Era un cittadino del mondo. Come dicevano i suoi amici, era piacevole, affascinante, sofisticato e di grande talento. Era serio, concentrato sul suo lavoro. Ma sapeva essere allegro, caloroso, aperto. In quello che faceva era spinto da una forte passione. Credeva di poter migliorare la vita delle persone”.

Quando lo avete sentito per l’ultima volta?
“Domenica 24 gennaio, via Skype. Siamo rimasti a chiacchierare per due ore, dalle due alle quattro del pomeriggio. Giulio era molto soddisfatto della sua ricerca, anche degli ultimi feedback ricevuti da Maha Abdelrahman, la sua professoressa di Cambridge.
Ci raccontò come sempre della sua vita: studio, ricerca, amici. E ristoranti. Amava la cucina egiziana. Quella domenica ci disse che aveva intervistato il pittore Ivan Bidoli, che apprezzava molto. Poi, come sempre, cominciammo a parlarci nel nostro dialetto, il “bisiaco- triestino”. Ci demmo appuntamento alla domenica successiva, sempre su Skype”.

Quando Giulio vi disse che partiva per l’Egitto avevate avuto paura?
“Quando un figlio esce di casa, c’è sempre un po’ di preoccupazione. E comunque Giulio era andato via 11 anni fa. Non abbiamo mai ostacolato le sue scelte. Abbiamo sempre cercato di sostenerlo e comprenderlo. Non ritenevamo l’Egitto più pericoloso di tanti altri Paesi.
Giulio era molto prudente e per altro era la terza volta che andava al Cairo. Era lì come ricercatore: credeva nella ricerca come emancipazione dell’uomo e della donna”.

Dopo la notizia della scomparsa siete partiti per l’Egitto.
“Siamo arrivati sabato 30 gennaio. E sono stati giorni d’ansia. Ci sono stati vicini sia l’ambasciata italiana che gli amici che Giulio aveva al Cairo. Avevamo la speranza che le cose sarebbero andate a finire bene. E comunque sentivamo di vivere una cosa più grande di noi”.

Avete abitato nella casa di Giulio?
“Sì. Abbiamo passato il tempo a capire cosa avrebbe potuto aiutarlo. Abbiamo parlato con tutti. Il coinquilino ci ha raccontato che nostro figlio era sempre con un libro in mano anche quando cucinava in casa. Ci aveva chiesto a dicembre la ricetta per il tiramisù. Pare sia stato un successo”…

Perché non era tornato a Cambridge in gennaio?
“Giulio aveva programmato fin dall’inizio il suo rientro a Cambridge subito dopo Pasqua 2016, al termine del lavoro di ricerca. L’Egitto doveva essere una tappa”.

Giulio aveva un sogno?
“Fin da piccolo aveva mostrato una passione per la storia e le scienze sociali. A Fiumicello, era stato prima assessore allo sport e tempo libero e poi sindaco del Governo dei Giovani. A 28 anni voleva completare il suo dottorato di ricerca, trovare un lavoro che gli desse soddisfazione umana e intellettuale, vivere una vita la più completa possibile. Anche dal punto di vista affettivo”.

Lei , signora Paola, ha detto: “Mio figlio mi ha insegnato tanto”.
“Di solito, si pensa che siano i genitori che insegnano ai figli ma, quando si diventa madri, ci si modifica. Si cresce insieme ai propri figli. A me è successo”.


"niente paura"


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