Stefano Zamagni

13 febbraio 2018

Prof. Stefano Zamagni Stefano Zamagni

(Rimini, 4 gennaio 1943) è un economista italiano, ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore.


Negli anni giovanili ha fatto parte della GIAC della Diocesi di Rimini collaborando con don Oreste Benzi al suo progetto educativo fra i pre-adolescenti.
Si è laureato nel 1966 in economia e commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si è specializzato nel 1973 presso il Linacre College dell’Università di Oxford. Tornato in Italia, iniziò ad insegnare presso l’Università di Parma, ottenendo poi nel 1979 l’ordinariato di economia politica all’Università di Bologna.
Due anni prima aveva iniziato ad insegnare “International Trade Theory”, “Microeconomics”, “Quantitative Methods for Economics” e “Public Sector Economics” alla Johns Hopkins University, Bologna Center, dove a tutt’oggi è Adjunct Professor of International Political Economy, e di cui è vice-direttore.

Ha collaborato con il Social Trends Institute (New York-Barcellona) nella riunione di esperti ‘Family Policies in Western Countries’, tenuta a Roma nell’aprile 2004. Dal 1985 al 2007 ha insegnato Storia dell’analisi economica alla Bocconi di Milano, mentre negli anni ha lavorato anche per la Scuola superiore della pubblica amministrazione, sede di Bologna.
Per l’Università di Bologna ha ricoperto numerosi ruoli, tra cui la presidenza della Facoltà di Economia, impegnandosi negli anni soprattutto negli studi sul mondo del no profit, arrivando all’attivazione di uno specifico corso di laurea (“Economia delle imprese cooperative e delle organizzazioni non profit”). Dal 2001 è presidente della commissione scientifica di AICCON (Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit).
Nel 1991 divenne consultore del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, e successivamente membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.
Nel 1999 venne ammesso alla New York Academy of Sciences.
Nel 2007 il governo Prodi II lo ha nominato presidente dell’Agenzia per le Onlus.
In quanto consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, fra il 2007 ed il 2009 è tra i principali collaboratori di Papa Benedetto XVI per la stesura del testo dell’Enciclica Caritas in veritate.
Il 9 novembre 2013 è stato nominato da Papa Francesco membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze.


È tempo di economia civile

(Da “Avvenire” del 17/5/13)

Professore, perché oggi c’è bisogno di ripartire guardando all’economia civile?
Il dato di partenza è la crisi del modello neoliberista teorizzato che ha dominato negli ultimi 50 anni. È una visione che dicotomizza la società, definendo il mercato come il luogo dell’utilitarismo e lasciando ad altri ambiti della vita sociale questioni come l’altruismo e la filantropia. Un modello che rappresenta il massimo dell’irresponsabilità. Ma anche l’economia sociale di mercato di marca tedesca, dove lo Stato supplisce ai limiti del libero mercato, è entrata in crisi: può funzionare per la Germania, ma non per altri Paesi, come stiamo vedendo in Italia, in Gran Bretagna o altrove.

Cosa si intende per economia civile, e in che cosa supera altri modelli?
L’economia civile non contrappone Stato e mercato o mercato e società civile, cioè non prevede codici differenti di azione, ma in linea con la Dottrina sociale della Chiesa punta a unirli. Inoltre teorizza che anche nella normale attività di impresa vi debba essere spazio per concetti come reciprocità, rispetto della persona, simpatia. Oggi invece si ritiene ancora che l’impresa possa operare nel mercato come meglio crede, o non rispettare in pieno la dignità dei lavoratori, e poi magari fare della filantropia oppure concedere in cambio il nido per i figli dei dipendenti. Ecco, non dovrebbe funzionare così. Un altro aspetto riguarda la società civile organizzata – cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, fondazioni – che non viene confinata al ruolo di soggetto incaricato di ridistribuire il sovrappiù, come in altri sistemi economici, ma è valorizzata come soggetto economico vero e proprio, messa al lavoro.

A proposito di lavoro, quali risposte si possono dare di fronte a una realtà che presenta situazioni drammatiche, in particolare per i giovani?
Sappiamo che il capitalismo oggi non riesce a occupare più dell’80% della forza lavoro. Il problema è che cosa fare con l’altro 20%. Li abbandoniamo condannandoli alla precarietà eterna, oppure concediamo sussidi che in ogni caso prima o poi finiscono? La risposta degli economisti civili è diversa e porta a considerare forme di impresa, come ad esempio le cooperative sociali, alle quali affidare il compito di garantire la piena occupazione del sistema, orientandole sull’offerta di beni comuni, beni pubblici e beni relazionali. Questo vuol dire che la società civile diventa protagonista di un nuovo modello di Stato sociale? Sì, perché tanto il modello neoliberista quanto quello socialdemocratico di welfare non funzionano più. Il primo non assicura l’universalità dello Stato sociale, l’altro non garantisce la qualità. La soluzione è il welfare civile, fondato sul principio di sussidiarietà circolare, cioè sulla collaborazione tra tre soggetti: ente pubblico, imprese e società civile (o Terzo settore).

Modera: prof. Luigi Gui, Professore associato di Sociologia all’Università di Trieste e Direttore della Scuola all’Impegno Sociale e Politico della Diocesi di Padova

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