Cardinale Francesco Montenegro

18 aprile 2018

S.E. Cardinale Francesco Montenegro

S.E. Mons. Francesco Montenegro è nato a Messina il 22 maggio 1946. Ha compiuto gli studi nel Seminario Arcivescovile “S. Pio X” di Messina. Ha ricevuto l’ordinazione presbiterale l’8 agosto 1969 con incardinazione nell’arcidiocesi di Messina. Ha frequentato i corsi di Teologia Pastorale presso l’Ignatianum di Messina; dal 1969 al 1971 ha esercitato il ministero sacerdotale in una zona periferica della città. È stato negli anni 1978-1987 Parroco della Parrocchia di S. Clemente in Messina; dal 1988 è stato Direttore della Caritas diocesana, Delegato Regionale della Caritas e rappresentante regionale alla Caritas nazionale.

Ha pure ricoperto i seguenti incarichi: Insegnante di Religione, Assistente diocesano del Centro Sportivo Italiano, Direttore diocesano dell’Apostolato della Preghiera, Mansionario del Capitolo dell’Archimandritato, Rettore della Chiesa-Santuario di S. Rita e Padre Spirituale del Seminario Minore. È stato Membro del Consiglio Presbiterale. Dal 1997 al 2000 è stato Pro-Vicario Generale dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela e dal 1998 Canonico del Capitolo Protometropolitano della Cattedrale di Messina. Eletto alla Chiesa titolare di Aurusuliana e nominato Ausiliare di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela il 18 marzo 2000, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 29 aprile dello stesso anno. È Presidente della Commissione Episcopale della CEI per il servizio della carità e la salute; Presidente della Caritas Italiana; Presidente della Consulta Nazionale per la pastorale della sanità; Presidente della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali. 23/02/2008 S.E. Mons. Francesco Montenegro è l’ Arcivescovo di Agrigento.



Bisogna rispondere a tutti i poveri, serve coraggio, non c'è più tempo

(Da “Avvenire” del 17/10/17)

C’è chi dorme per strada, chi rovista nei cassonetti. Ci sono intere famiglie che vanno alle mense degli indigenti e si portano appresso tanti di quei bambini, chi ha perso il lavoro a 50 anni e si è ritrovato solo. Sono tanti quelli a cui non si sta pensando. Una cosa è certa – dice l’arcivescovo di Agrigento e presidente di Caritas italiana – se uno dovesse guardare ai numeri, i poveri oggi in Italia sono molto di più di quelli a cui ora si sta rispondendo.

Il Papa, parlando alla Fao, ha invitato a inserire la categoria dell’amore nel linguaggio della cooperazione internazionale..

Francesco ci dice che bisogna agire con amore e per amore. La carità è rispondere alle necessità dell’altro. Ripeto: non è elemosina, è ricerca di giustizia. Anche Benedetto XVI sottolineava l’importanza della carità nella costruzione di un’economia più giusta. L’amore ci spinge a guardare al di là di noi e ci invita ad avere coraggio nel fare scelte diverse.

Secondo molti osservatori, i primi segnali dati in materia di povertà sono già incoraggianti. Quanto si potrà aspettare per vedere interventi ancora più incisivi?

Le mani tese sono mani che graffiano, che ci interrogano sulle decisioni prese. Ci dicono anche che, se si può, si deve dare una risposta oggi. I poveri dicono: se oggi voglio vivere, devo essere aiutato. Non si può rispondere: vedrai, un giorno toccherà anche a te. Non c’è tempo. Tutti ormai sappiamo che in un mondo globalizzato, chi paga il prezzo più alto è il povero. Le risorse siano meglio distribuite, si faccia di tutto per garantire dignità a chi non ha nulla. Senza distinzioni.

A questo proposito, cosa pensa di chi agita lo spettro di una guerra latente tra italiani e stranieri dentro le nostre comunità?

Come presidente di Caritas, non ho mai fatto la scelta a favore di uno contro gli altri. Invece, chi vuol cavalcare l’onda della paura, dice esattamente l’opposto: prima noi, poi loro. Distinguere non è carità. Per il credente, ogni volto è volto di uomo e volto di Cristo. Ma anche per chi non crede, volere il bene del prossimo, chiunque esso sia, è questione di coscienza.

Accoglienza e integrazione sono due fasi diverse di un processo delicato: come procedere, a suo parere?

Lavorare per l’integrazione dei migranti vuol dire chiedersi come possiamo stare bene insieme.
È nell’accoglienza reciproca che si può iniziare a camminare. Lo stesso discorso vale per la gestione degli arrivi nel nostro Paese. Riusciremo a regolamentare i flussi nel momento in cui ci daremo da fare perché anche in Africa ci si muova con intelligenza: se quel continente resterà per l’Occidente terra di conquista, da cui poter prendere ciò che mi serve per stare bene, come fanno le multinazionali, non si faranno passi avanti. Se, al contrario, sapremo ottenere vantaggi condivisi dall’incontro tra popoli diversi, le nostre civiltà non potranno che trarne beneficio.

Modera: don Luca Facco, Direttore presso Caritas Diocesana di Padova

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