8 febbraio 2017

IL CAMMELLO È PASSATO PER LA CURA DEL'AGO

Agostino Burberi

Agostino burberi miniE' nato a Barbiana il 1/8/46. Ha svolto attività di sindacalista per la CISL, settore Tessile. Successivamente è divenuto imprenditore. Insieme con alcuni suoi colleghi ha fondato e diretto la catena di agenzie di viaggio Le Marmotte. Attualmente è vicepresidente della Fondazione “Don Lorenzo Milani”.

All’età di otto anni è stato uno dei primi sei ragazzi della scuola di Barbiana, fondata da don Lorenzo Milani nel 1956. La scuola di Barbiana partiva dall’assunto: ”La cultura vera...è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parola” ed ancora “La cultura è una cosa meravigliosa come il mangiare ma chi mangia da solo è una bestia, bisogna mangiare insieme alle persone che amiamo e così bisogna coltivarsi insieme alle persone che amiamo”.
Don Milani apparteneva ad una famiglia ricca che lasciò per vivere la sua missione di prete tra gli scartati.
Il titolo dell’incontro è tratto dalle sue ultime parole prima della morte.


INTERVISTA AD AGOSTINO BURBERI.
REDAZIONE VARES NEWS 6 dicembre 2004


«Era il 7 dicembre 1954. Io facevo il chierichetto mentre il vecchio parroco don Torquato Mugnanini recitava le litanie alla novena per la festa della Madonna.
Ero vicino all’altare quando all’improvviso si aprì la porta della chiesa. Don Lorenzo Milani entrò e si mise in ginocchio a pregare. Aveva un pastrano nero ed era tutto bagnato. Quest’immagine ce l’ho stampata e non me la dimenticherò più».
«Barbiana si stava spopolando. Tanto più che con la dipartita di don Torquato non ci sarebbe stato più un prete. L’arrivo di don Milani era inaspettato. Era giovane, 31 anni, bello, colto, di una buona famiglia fiorentina. Non capivamo cosa ci venisse a fare in questo posto sperduto».

Come ricorda il suo primo incontro?

«Dopo la novena entrò in sacrestia e si mise a parlare anche con noi, ma questo l’ho saputo dopo perché io ero timidissimo e mi nascondevo. Quando la mattina dopo venne a casa mia non mi feci trovare. Don Lorenzo mi chiamava: “dai Gosto vieni fuori, abbiamo parlato ieri sera non ricordi?” ma ero troppo impaurito ».

Come era la sua vita prima dell’arrivo di don Milani?

«Facevo la terza elementare e andavo a Padulino, un paesino subito prima di Vicchio. Era una pluriclasse ed ero stato bocciato in prima perché non ero capace di fare le aste dritte. Ero schivo, timido, un ragazzo di montagna».

Di questa umiltà don Milani parla in una lettera citandola esplicitamente:“Dopo matura riflessione ho deciso che l’umiltà è la rovina della classe operaia e peggio ancora contadina e montanara.
Gosto senza di me era un pastorello scontroso e umiliato che avrebbe imitato da schiavo le usanze del mondo.
Ora è vivace, battagliero, sicuro di sé”. È stato davvero così importante l’incontro con don Milani?

«Sì, ci ha cambiato la vita. Per me è stato davvero tutto: il padre, il prete, il confessore, il maestro. Ci ha amato come noi abbiamo amato lui. Senza di lui non so oggi come sarei…».

Torniamo a quei giorni a Barbiana.
Quando iniziò a parlare del progetto di fare una scuola?

«Quasi subito. Iniziò con alcuni ragazzi una specie di doposcuola e poi continuò con cinque di noi…Il pomeriggio, la domenica e tutta l’estate stavamo con lui. Poi finite le elementari, io recuperai l’anno perso sostenendo gli esami da privatista alla fine della quarta, iniziammo a fare scuola a tempo pieno come avviamento industriale. In tutta la zona non esisteva una sola scuola e la riforma delle medie arrivò dopo qualche anno.

Molti accusano don Milani di avervi plagiati e di non avervi dato autonomia.

«Questo è falso. Basta guardare cosa siamo oggi. Nessuno fa il prete e pochi hanno fatto quello che a lui sarebbe piaciuto….

Come ricorda la sua morte?

«…Era giovane, 44 anni, soffriva molto, non parlava quasi più e comunicava scrivendo, ma era sereno, come avesse preparato tutto. Si spense poco a poco.
La sua vita ha avuto tre fasi. Nella prima lui si spogliò di tutto, voleva diventare povero come i montanari con cui viveva.
Nella seconda capì che doveva fare un altro passo perché anche la sua ricchezza intellettuale lo condizionava e allora ruppe con tutti tranne che con i poveri che di fatto lo accompagnarono sempre.
Nella terza, poco prima di morire, vi fu la riconciliazione. Il vescovo andava a portargli l’Eucarestia tutte le mattine.
Volle vedere tutti e prendere commiato da loro».


Modera: Luca Bortoli, giornalista del settimanale “La Difesa del Popolo”

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