* testo non revisionato dall’autore

Se c’è un sentimento che penso di poter condividere con tutti voi, si tratta della speranza.
Spero che don Remigio possa trovarsi bene nell’esercizio del nuovo servizio che gli è stato affidato e nel nuovo contesto in cui opererà. Così come spero che don Andrea si possa trovar bene nella nuova parrocchia, di gestione impegnativa, che gli ho indicato. E spero che don Davide, don Roberto e infine don Luca possano trovarsi bene qui con voi.
Ecco, spero. E nutro proprio tante speranze! Spero anche che voi possiate trovarvi bene e che questo incontro, che oggi vogliamo solennizzare, possa costituire l’inizio di un cammino da percorrere insieme.
All’inizio lasciamo spazio alle speranze, per poi impegnarci perché si trasformino in esperienze vere e concrete, con qualche fatica da sudare, qualche spigolo da smussare.

Questa è la vita e tutti insieme siamo responsabili del percorso nel quale voi, don Luca e gli altri preti volete camminare. Per offrire qualche suggerimento, mi avvalgo soprattutto del Vangelo e della Seconda Lettura che abbiamo ascoltato.
Il problema di chi assume un incarico, soprattutto se si tratta di parlare di Dio, di Gesù, di Vangelo, argomenti straordinari e importanti ma molto più grandi di noi, poveri uomini, pur vescovi o preti, è di trovarci in qualche modo adeguati, di comunicare in modo comprensibile, di far giungere a ciascuno le parole del Vangelo e non le nostre, come in un incontro con il Signore.
Non so se riferirmi direttamente a don Luca o anche a don Davide e don Roberto, o a tutti voi … mi rivolgo a don Luca, ma ciascuno riceva quanto a lui riservato.
Il problema non sarà se ti chiameranno “monsignore” in una città così solenne e importante come Cittadella. Né il tuo modo di vestire: classico, sportivo, adeguato ai tempi … Né se saprai incutere timore e soggezione, oppure se riuscirai proporti come un amico, o per usare un termine un po’ più dispregiativo, come un “amicone”, per poter conquistare le simpatie di tanti.
Non si tratta di elaborare strategie o metodi su cui contare per essere ben accolti e far breccia. Don Luca, si tratta di metterti in cammino come cristiano, come semplice cristiano.
Parleranno per te la tua fede e la tua vita, quella vissuta apertamente, che è frutto di qualcosa che vive nel profondo, nascosto e interiore, nello Spirito che è dentro te.
Cerca di essere cristiano! La fatica, la ricerca, i tentativi, l’osare, ti renderanno autorevole e ti permetteranno di essere significativo.
Non vieni qui a Cittadella per fare, per sistemare, per riordinare, per governare, ma per essere, per camminare da cristiano con questa nuova grande comunità.
Rifacendomi alle immagini evangeliche, ti chiedo di fermarti qui in qualità di figlio e fratello, o ancor più precisamente, di diacono e servo. Se saprai affidarti a questa comunità come un figlio si affida alla propria famiglia, ai propri genitori e, come si accennava nel salmo, se saprai confrontarti apertamente con questa comunità come un fratello, senza strategie, trasparente nelle tue riflessioni, potrai trovarti in disaccordo su soluzioni pratiche, potrai anche affrontare un confronto serrato, ma volendosi bene, mettendosi in gioco pienamente, proprio come accade tra fratelli. Se saprai servire questa comunità come un diacono, potremmo dire, alla stregua del Vangelo, come un servo, o ancora più chiaramente come un domestico che sbriga le più umili faccende di casa, allora ti sarà riconosciuta la paternità, l’autorità di padre di questa comunità. Se saprai percorrere questo cammino da cristiano e da pastore di comunità, dimostrando il tuo attaccamento all’unico padre e maestro, avendo scelto di rispondere alla chiamata del Signore con un “Eccomi!”, il Signore sarà la tua forza e la tua autorevolezza.
Don Luca, ti leggo e leggo così a tutti voi, una bella pagina di Romano Guardini: “Chiunque voglia educare avverte una volta o l’altra sorger dentro di sé l’interrogativo: perché mai hai proprio deciso di educare un’altra persona? Da dove prendi il diritto di scrutare, di giudicare, di esigere? E se l’uomo è persona, con la sua dignità e libertà, perché mai voler dire a quest’uomo, come deve realizzarsi? Ma la questione va più a fondo: che cosa dunque significa educare? Di certo, non che un pezzo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d’uno scultore. Piuttosto, educare significa che io do a quest’uomo coraggio verso se stesso. Che gli indico i suoi compiti, ed interpreto il suo cammino - non i miei. Che lo aiuto a conquistare la libertà sua propria. Devo dunque mettere in moto una storia umana, e personale. Con quali mezzi? Sicuramente avvalendomi anche di discorsi, esortazioni, stimolazioni e «metodi» d’ogni genere. Ma ciò non è ancora il fattore originale”.
E ora la parte che più mi preme sottolineare.
“La vita viene destata e accesa solo dalla vita. La più potente «forza d’educazione» consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere. È stato da qualche parte detto che gli educatori sono per lo più uomini che non riescono a vincere se stessi e perciò si proiettano addosso agli altri. Che i giudizi più sicuri e le richieste più esigenti provengano spesso da uomini intimamente perplessi e confusi, è comunque appurato. Sta proprio qui il punto decisivo. E proprio il fatto che io lotti per migliorarmi ciò che dà credibilità alla mia sollecitudine per l’altro”.
È una pagina preziosa.
Alla fine sarai riconosciuto dalla tua Parrocchia ma anche tu sarai riconoscente alla tua parrocchia, perché avrà contribuito a farti maturare nella fede, nella carità e, lo spero tanto, nella tua umanità. Non possiedi diritti e privilegi, se non quello di essere servo di Gesù, mandato a lavare i piedi a tutti noi che siamo qui in chiesa, ai nostri figli e ai nostri amici che vivono questo territorio. E questa esperienza ti farà crescere. Alcuni servizi, di contro, sono di tua competenza perché la parrocchia prosperi agli occhi e secondo il disegno di Dio.
Il primo compito che ti affido e per il quale ti invio qui, è quello di metterti a servizio dell’unità.
Mi riferisco a un’unità dello Spirito. Tutti ci muoviamo nella stessa direzione, ma non necessariamente lungo lo stesso percorso e tracciando un cammino con matite di colori diversi. E tu costituirai lo strumento di unità dei cristiani che vivono la parrocchia di Cittadella, congiunti nella fede in Gesù e nel Vangelo.
Quando presiederai l’eucarestia e spezzerai il pane dei pellegrini, dei viandanti, di chi compie insieme un cammino, sarà segno che siamo in cammino verso la stessa meta.
C’è un secondo compito che ti affido e che può assomigliare al primo, ma è bene distin guere: metterti a servizio della comunione.
Mi riferisco all’incontro, alla fraternità, all’amicizia e alla familiarità. Nelle nostre case chissà quante coppie avranno bisogno di una parola di riconciliazione, perché si possa proseguire nell’esperienza di comunione familiare. E chissà quanti gruppi avranno bisogno di comunione e di apertura all’altro, di uno sguardo buono rivolto a quanti si incontrano, quale stile di vita cristiano, di discepolo di Gesù. Però la comunione e l’unità non si esauriscono a Cittadella! Don Luca, tu sei qui a nome mio, certo non di individuo, ma a nome della diocesi di Padova di cui io rappresento l’unità. Ti invio a Cittadella perché la parrocchia resti in comunione con la diocesi, con me e con tutte le altre parrocchie. Siamo tutti insieme! È significativa la presenza di tanti presbiteri, perché è insieme alle loro comunità e alle loro storie che ti accompagniamo. Sono qui per chiederti di mantenere la comunità di Cittadella in comunione con tutte le altre, per camminare tutti insieme. Ci sarà un’unità di Spirito con tutte le altre comunità parrocchiali e quando qualcuna attraverserà maggiori difficoltà, voi di Cittadella sarete pronti a porgere una mano, così come adesso tutte le altre comunità si stanno impegnando per voi. Infine, ritengo oggigiorno fondamentale un compito che definisca le aree di impegno. Tante volte noi preti siamo stati costretti dalle circostanze, ma anche dalle tradizioni, ad occuparci di questioni materiali, spesso burocratiche o di pratiche d’ufficio. Tra tutti questi impegni che un parroco e un prete assolvono, però, un privilegio deve essere accordato al cammino di discernimento vocazionale.
La chiesa di Cittadella non è costituita da preti ma da cristiani, ed è ricca di doni dello Spirito, ministeri e carismi; al parroco è affidato proprio il compito di aiutare ciascuno a trovare la propria posizione per il bene della comunità. Non si tratta di rendere un piacere a don Luca, ma di obbedire allo Spirito e pensare che don Luca sia uno strumento dello Spirito perché ciascuno di noi possa ritrovarsi in questa straordinaria composizione, ricca di colori e soggetti diversi, dove c’è posto per tutti e per tutti c’è un posto. E dove don Luca è impegnato ad ascoltare la voce dello Spirito così come si esprime nel cuore e nella vita di ciascuno.
Questo è il privilegio, il dono particolare che noi preti possediamo e che non possiamo trascurare perché dobbiamo pagare il campanile o sollecitare l’organizzazione del catechismo.
Insieme, tutti insieme ci dobbiamo sentire responsabili dell’annuncio del Vangelo e don Luca a ciascuno saprà suggerire: “Prova in questo modo!” oppure “Prova così e valuta se è un servizio in cui ti trovi bene e puoi crescere come cristiano!”.
Ho un’ultima cosa da dire, prima che don Luca scenda con me per offrire a ciascuno il pane.
Questo gesto rappresenta la nostra azione più importante: consegnare alla vita di ciascuno il segno della presenza di Gesù. Il pane spezzato è traccia dell’amore di Dio per te, perché tu lo possa offrire agli altri, nella tua casa, nel tuo lavoro, nel tuo ambito di divertimento.
Non c’è niente di più importante per noi che offrire Gesù, la sua parola, il suo pane.
Di questo noi viviamo ed è un principio che ci unisce e permette di camminare insieme, di scoprire i nostri carismi, i nostri ministeri e segno che il presbitero e il sacerdote sono doni del Signore. Sia un prete, sia l’eucarestia, sia qualsiasi intervento del Signore, noi non possiamo pretenderlo: è un regalo! E quando don Luca offrirà il pane, ricordatevi che noi siamo al centro dell’attenzione di Dio e che continuiamo a vivere con i suoi doni.


"niente paura"


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